Eastern Promises

by director at 30 Dec 2007 in Cinema

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Film PosterProduction: United Kingdom, France

Year: 2007

Director: David Cronenberg

Cast: Viggo Mortensen, Naomi Watts, Vincent Cassel, Armin Mueller-Stahl, Sinéad Cusack, Jerzy Skolimowski

Genre: Thriller

Running time: 100 minutes

Eastern Promises recita il titolo in lingua originale, scaduto in un più conveniente italianizzato “La promessa dell’assassino”, centrato sulla figura di Nikolai Luzhin, insospettabile e freddo autista coinvolto nei traffici illegali di una potentissima organizzazione mafiosa russa: la Vory V Zakone.

La sua posizione all’interno della vicenda rimane pervasa di scarsa certezza, sospesa tra le mansioni di poiziotto ingaggiato dalla fsb, che di giovane iniziato al mondo criminale.
Improvvisamente, comincia a gravitare nella sua vita Anna, infermiera impiegata al Trafalgar hospital, colpita dal caso di una ragazzina deceduta dopo aver dato alla luce una figlia. Tra i suoi oggetti, per caso, trova un diaro segreto sul quale ha annotato tutto ciò che riguardava la sua esistenza passata, ogni dettaglio delle sopraffazioni, sevizie, anestesie, con le quali era costretta a convivere per mano di deprorevoli sfruttatori.

A capo della famiglia delinquetale vige Semyon, un anziano signore dai modi affabili e gentili, ma che in realtà nasconde una natura perversa e mailigna.
E’ il proprietario di un lussuoso e ben arredato ristorante, abbina passione per i fornelli a qualità molto dignitose da musicista, il tutto contraltato da uno spietato ed aggressivo senso degli affari.
Il figlio Kirill (Vincent Cassell), sbandato ed ubriacone, è influenzato da profonde inquietudini personali che lo portano spesso ad eccedere nei suoi comportamenti. Il suo carattere irascibile, facilmente deturpabile, gli ha fatto commettere non poche scicchezze, una su tutte l’eliminazione di un socio della banda.

I personaggi di quest’organizzazione sono tutti individui strappati alla vita, schacciati dal peso di un destino troppo ingiusto, segnati da lutti evidenti occorsi in passati burrascosi.
Le giovani ragazze dell’est, provenienti dai villaggi vicini alle grandi metropoli non hanno molta speranza per il futuro, vivono in condizioni talmente disagiate da costituire le esche perfette per i giochi sadici e perversi di menti criminali in delirio.

Tatiana e il suo diario sono il fulcro attorno al quale si costituiscono le dinamiche del film, costantemente dibattute tra l’acuto istinto materno di una donna e la spietata cinicità dei mafiosi russi.
Lo zio, dopo aver tradotto le tremendi rivelazioni presenti nel diario, consiglia ad Anna di non andare in fondo alla vicenda, di lasciar perdere ed accettare l’equo scambio propostogli da Semyon.
Quelle pagine nascondono informazioni utili che potrebbero incastrare il capo della famiglia, contenere verità sul padre naturale della bambina venuta al mondo a seguito di uno stupro.

L’autista Luzhin fornisce elementi importanti alla FSB, l’organismo di sicurezza federale che ha sostituito il KGB, raccogliendo le prove necessarie per procedere agli arresti. Un prelievo di sangue costituirà il verdetto definitivo, la prova senz’appello che il DNA della bambina combacia con quello di Semyon.
Nel frattempo Nikolai con un preciso rituale di iniziazione è entrato a far parte dell’organizzazione. La scelta dei membri è sempre circoscritta al mondo dei socialmente emarginati, dei criminali di strada, di color che hanno passato l’esistenza in squallide celle, rubati agli affetti in età molto giovane. Ma non solo, possono sempre servire come sacrificio necessario per evitare spiacevoli eliminazioni. In questo mondo i tatuaggi parlano di te, del tuo passato, delle tue fortune o disavventure. Il segno tangibile dell’appartenenza al gruppo è la stella sopra il ginocchio, carica di significato sociale, simbolo della pretesa di rispetto da parte di chiunque.

Temendo per la vita del figlio, Semyon scambia la sua identità con quella di Luzhin e gli tende un sanguinoso agguato.
Una storia di spionaggio molto cruda, in cui ogni scena ha il sapore amaro della malvagità, dell’inquietudine colta nel viso freddo ed apparentemente stanco di questi russi, dalle atmosfere grigie e piatte, con le numerose costruzioni fatiscenti constrastate dalle poche lussuosissime residenze in mano ai balordi della città.

Ad ogni passo della pellicola si respira la profonda apatia e disprezzo per ogni valore sentimentale, tanto che l’unico mezzo in grado di ostacolare l’eccellente devozione verso il Dio denaro sembra essere la motocicletta di Anna, vero cimelio di bellezza in mezzo a tanta decadescenza.
La mercificazione del corpo, tratta comune nel mondo della prostituzione, la gretta ed aberrante chiusura mentale dei potenti, tremendamente ossessionati da qualsiasi manifestazione di sessualità diversa da quella tradizionalmente riconosciuta tra uomo e donna.

Evidente la scena del bordello clandestino in cui Kirill chiede espressamente a Luzhin di avere un rapporto sessuale con una delle sue schiave per dimostrargli di non essere una checca.
Carismatica la figura dell’autista, archetipo della cinicità in carne e ossa, fautore di uno spietato gioco per scalzare il potente capofamiglia.
Emblematica la scena del fiume in cui, assieme ad Anna, convince Kirill a non abbandonare l’esile fanciulla in balia delle acque.

Dopo il salvataggio miracoloso, svela all’infermiera le sue reali intenzioni:non si può scalzare un re se esso è ancora al suo posto.
Da cuori forti, ma un’opera con gli attributi più importanti…

Fonte: immagine tratta da Mymovies

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Lions for Lambs

by director at 26 Dec 2007 in Cinema

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Poster FilmProduction: USA

Year: 2007

Director: Robert Redford

Cast: Robert Redford, Meryl Streep, Tom Cruise, Michael Peña, Derek Luke, Andrew Garfield, Peter Berg

Genre: Drama

Running time: 91 minutes

Coinvolgente il titolo, apparentemente senza senso se si guarda agli eventi con la testa di un ragazzo d’oggi, sostenuto da una mentalità esule, fuggente che crede di godersi la propria vita stando ai margini della società.
La domanda è: chi sono i leoni? E gli agnelli?
Di solito in una questione che assume le sembianze di un rebus dal quale è difficile uscire, la soluzione più ovvia è sempre quella che ci passa davanti agli occhi in maniera evidente.
I leoni sono coloro che vanno a combattere, rischiano la vita tutti i giorni, agiscono rischiando di più, vanno in contro all’azione invece di aggirarla con un meschino gioco di parole.
Tanto vale provare a non riuscire che non provare a riuscire, solo così si ha la certezza di aver fatto qualcosa, grida il loro motto.
Quel qualcosa che andava fatto e non è riuscito durante la guerra al Vietnam ed ora dopo l’11 Settembre si presenta la possibilità d’arrivare a vincere, di riportare la fiducia in un Paese dilaniato nel desiderio, peggio, nella voglia di credere che il sogno è sempre un momento da non perdere.
Il senatore Jasper Irving (Tom Cruise) è qui per questo, per proporre una nuova strategia d’intervento in Afghanistan, per ridare corpo e voce alla gente ammutolita. Nel suo intento ha bisogno dell’aiuto dei media, di una giornalista in particolare, animata da Meryl Streep, in perenne conflitto interiore, in costante dubbio se scegliere la cronaca o servire il governo, come in tutte le normalissime democrazie di questo pianeta.
Da un’altra parte, nella west coast, un professore riscopre le meraviglie del suo mestiere dialogando con uno studente intelligente ed abile, cascato nella disastrosa fase della vita in cui ti chiedi se tutto quello che stai facendo ha un senso e se in futuro potrai sfruttare a pieno le tue potenzialità.
Redford dalla macchina da presa giostra abilmente il suo personaggio, tracciando i caretteri umani di un insegnante poco spavaldo, levato da quella patina di arroganza che erige un muro tra se ed i suoi alunni.
Un’ ex-idealista in stabile attesa di trovare un ragazzo capace di risvegliare in lui la fiamma della passione per le idee, le scelte di campo coraggiose, nel perfetto ruolo dell’eroe tragico, quello che si butta nella mischia senza rimorso alcuno.
Un esempio da cui prende spunto è la storia di due studenti precedentemente sotto le sue maestranze, un afroamericano di nome Arian ed un messicano, Rodrigez, le cui idee non condivise lo hanno comunque colpito al cuore.
I due hanno deciso d’interrompere gli studi, preferendo al master l’annessione volontaria nell’esercito.
Anni di debiti ed una carriera costantemente dedicata al guadagno non faceva per loro, o meglio vi hanno coraggiosamente rinunciato.
Nessuno sapeva del tragico destino a cui andavano incontro, ma il professore è rimasto ugualmente attratto dalla loro intrepida predilizione.
Al ragazzo tutto questo sembra una montatura creata ad arte per persuaderlo ad un eventuale arruolamento. I dubbi, la voglia di pensare, di mettere in discussione tutto, hanno gradualmente portato la generazione dei giovani ad un punto di non ritorno.
Quel punto sta ben aldilà dei confini posti dalla società, in un posto persino dimenticato da Dio, in cui non c’è spazio per comprendere cosa sta accadendo nel mondo, quello attanagliato dalle vittime innocenti, dalla legge delle armi. E’ il momento di agire, di fare sentire la propria voce, di non scambiare erroneamente dei leoni per agnelli, di non confondere capi di Stato legati alla predica e nemici di ogni razzolamento, con i veri uomini capaci di far saltare in aria la propria vita per una Nazione intera.
Un’ora di conversazione non bastano ad un ragazzo per coinvolgerlo emotivamente, bastano per farlo riflettere. A lui serve sentire l’odere del sangue, il fumo della canna della pistola dopo che ha sparato l’ennesimo proiettile, il brivido lungo schiena per i bombardamenti provenienti dal cielo per dire no.
Ma quando si parla della storia, del motivo per cui tra i banchi di scuola si discute del caso nixon, dell’11 Settembre, della guerra al terrosismo, allora tutto assume un colore diverso, più brillante, vicino al quel senso di giustizia latente che abita nei nostri sentimenti.
Quale scelta sarà in grado di compiere?
E’ proprio questo il dilemma che asilla l’intera società, posto tragicamente in una dimensione metacritica in cui si misura a stento la capacità d’interrogarsi su che cosa vogliamo fare della nostra esistenza, su quali siano i temi fondamentali dell’umanità, i guai più seri che la pervadono.
Nella storia il filo unico della conoscenza, la cattiva tendenza all’omertà, l’omissione e la colpa legano saldamente tre personaggi diversi.
Un burocrate preso da rimorsi morali, una giornalista in crisi con il suo passato conscia di esser divenuta una manica vuota, un professore sempre convinto di conoscere persone in grado cambiare il corso della storia dei prossimi anni.
Opera impegnata e seria, Lions for the lambs fornisce un quadro preciso della condizione umana spaventata dalla difficoltà di scegliere.
Ironia della sorta, lo stesso sceneggiatore Matthew Carnahan ha preso spunto per questo film dal dilemma dello zapping televisivo.
Mentre stava assistendo ad un servizio sull’Iraq, cambiò canale sintonizzandosi su di un canale sportivo.
Fate voi…

Fonte: immagine tratta da Mymovies

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Derby: vince il carattere nerazzurro

by director at 24 Dec 2007 in Football

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Inter - Milan : 2 - 1

TABELLINO

Inter 2: Cruz 36′, Cambiasso 63′
Milan 1: Pirlo 18′

Un derby della madonnina maggiormente carico di significato, da una parte i campioni d’Italia in carica, dall’altra i freschi campioni del mondo di ritorno dal Giappone.
Prima del match, accoglienza preziosa dei padroni di casa, disposti in doppia fila onorano il gruppo di Ancelotti, autori di un’annata incancellabile nel cuore dei rossoneri di tutto il pianeta, ma anche dell’intera storia del calcio.
Tempo pochi secondi, i ventidue interpreti iniziano con il freno a mano tirato, bloccati dal nervosismo per la posta in palio. Non ci sono solo i tre punti, ma ben di più, la voglia di conferma del proprio dominio sulla sponda calcistica della città, l’importanza di assicurare la propria superiorità in campionato e testare le proprie abilità contro il team più titolato a livello internazionale.
Questi fattori stimolanti ottengono come risultato una partita vibrante per tutto il primo tempo, affrontata con aggressività e determinazione.
La truppa di Mancini cerca subito di imporre il suo gioco articolato, sfrutta le fasce con gli inserimenti di Maicon, i palleggi di Jimenez, la quantità di Cambiasso, contrastata più che dignitosamente dalla solita grinta di Gattuso sostenuto da Ambrosini.
I pericoli principali giungono inesorabili dalle parti di Dida, prima con una girata alta di Ibrahimovic su assist di Maicon, poi su diagonale di Cruz respinto da Dida e ribattuto sulla traversa da Jimenez.
In mezzo, un errore della difesa nerazzurra su lancio di Seedorf per Inzaghi, un calcio di punizione dal limite battuto magistralmente da Pirlo, con il pallone che s’insacca nel sette alla destra di Julio Cesar.
Un Ibrahimovic sottotono suona qualche campanello di ripresa nell’azione che porta al pareggio, attirando la marcatura di tre rossoneri servendo quindi Cambiasso, che gira per Cruz abile a destreggiarsi e a sfoggiare un sinistro maligno alla destra del portiere brasiliano.
Ottime azioni corali dell’Inter si alternano a contropiedi ficcanti degli ospiti, affidati alle accelerazioni improvvise del bambino d’oro Kakà, con il suggerimento iniziale operato da Pirlo e l’opera di finalizzazione caricata sui piedi di Inzaghi.
La prima frazione si chiude con pochi altri sussulti, ma certamente degna di nota per il proverbiale spasimo sottoposto da ambo gli schieramenti.
LA ripresa parte con toni più bassi, i boys di Mancini sembrano più sornioni, il Milan più reattivo, anche se si tratta di pochi minuti. Gilardino sfiora il palo con una girata di testa, gradualmente riappare il pressing opprimente di Ibra e compagni, Chivu si fa sentire con un tiro alto e Cambiasso con un calcio al volo che passa alla sinistra dello specchio della porta.
Lo stesso argentino si rende protagonista dell’episodio che manda in visibilio l’intero Meazza. Rilancio errato, centrale, di Maldini, palla che viene catturata da Esteban il quale non ci pensa due volte e fa partire quella che sembra una telefonata diretta alle braccia del portiere.
Dida, soprendentemente, regala una papera di cui non eravamo abituati trasformando un innocuo tentativo in occasione decisiva per le sorti del derby.
Da questo momento i diavoli sembrano aver perso lo smalto che li contraddistingueva, con l’ingresso di Serginho acquisiscono maggiore spinta offensiva ma senza esiti particolarmente positivi.
Ora è la beneamata ad agire in contropiede, sfiorando con Ibrahimovic una nitida opportunità per chiudere il conto.
Una splendida conclusione dal limite di Kakà, una timida rovesciata di Maldini, un mischia in area in cui Nesta viene stoppato al momento di agire a botta sicura e poi l’ingresso di Suazo che mette le antenne a tutta la retroguardia.
L’ultimo brivido che scorre sugli ottantamila presenti è l’assurdo mancato tapin di Ambrosini su imbeccata di Serginho, per finire con una più leggera gittata dello svedese decisamente alta sulla traversa.
Il gioco maschio non si è risparmiato, uscendo come il più importante vincitore, dando un pesante discredito a chi pensava che la capolista non fosse capace a tirar fuori la personalità nelle situazioni in cui le veniva richiesto.
Un recupero segno della rinascita di un club rimasto molto spesso sotto le righe, criticato, assillato, demolito caratterialmente, ora considerato con maggiore e riverente riguardo anche in campo internazionale. Il rispetto ed il timore sono sentimenti che accompagnano le trasferte di numerosissime squadre italiane e non, al cospetto di questa corazzata del football diventanta senza minimo dubbio la signora d’Italia.
Con la vittoria n° 13, continua a rimanere imbattuta, un ruolino di marcia da far rabbrividire.
Nello stesso periodo dello scorso anno, alla vigilia di Natale aveva gli stessi punti di distacco sulla seconda in classifica, per coincidenza la stessa, la Roma.
Chi pensa di andare a S.Siro e poter strappare almeno un punto? Chiedetelo al Parma, la prossima equipe che le farà visita.
Una macchina i cui meccanismi sono ben oliati può solo vincere, la speranza per le inseguitrici è quella di poter assistere ad un malfunzionamento inaspettato, a qualcosa che si è rotto dall’interno, a cominciare dagli spogliatoio, attualmente gradito esempio di benefica armonia.
Altri cento di questi giorni nerazzurri…

Fonte: immagine tratta da ImageShack.com

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National Treasure: Book of Secrets

by director at 24 Dec 2007 in Cinema

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Poster FilmProduction: USA

Year: 2007

Director: Jon Turteltaub

Cast: Nicolas Cage, Jon Voight, Harvey Keitel, Ed Harris, Diane Kruger, Justin Bartha, Helen Mirren, Bruce Greenwood.

Genre Adventure

Running time: 126 minutes

L’assassinio di Abramo Lincoln, il presidente dell’America Unita, il più simpatico ed eroico non era stato commesso da Thomas Gate.
Per lo meno non può essere così per il nipote Ben Gates ed il padre Patrick, non credendo ad una testimonianza cartacea rinvenuta dal nipote di Butt Winkilson, Mitch, sulla quale compare il nome di Thomas accanto a quelli del gruppo di assassini del 16° presidente del mondo.

La famiglia Gates vuole andare in fondo alla vicenda, tanto che Ben è disposto a farsi arrestare pur di screditare l’infame appellativo di omicida dato al suo tris nonno.
Sul reperto di carta riportato alla luce dal Wilkinson veongo scovate dettagliatamente impronte che nascondono la presenza di un codice segreto nel retrofronte, probabile indizio di un mappa del tesoro.
L’enigma preposto obbliga i cercatori d’oro a farsi largo nei più importanti luoghi di rappresentanza del potere politico ed istituzionale, da Backingham Palace fino alla Casa Bianca, dall’ufficio della regina alla sala ovale dell’uomo più importante del pianeta.

Serrature a chiave numerica, cassetti che si aprono seguendo particolari combinazioni, tavolette di legno sulle cui cime sono incise grafie di lingue ormai morte risalenti ad epoche preistoriche.
Come intermezzo un piacevole e rischioso incontro con il Presidente in carica, una favolosa scoperta sul libro che tutti gli uomini seduti alla Casa Bianca hanno custodito segretamente.

Per Ben ora è vitale sapere dove si trovi, scovare al suo interno utili aiuti per la sua ricerca.
Wilkinson segue passo passo l’evolversi delle indagini dei Gates, vuole tenersi aggiornato per non perdere l’opportunità di mettere le mani su un tesoro che rivoluzionerebbe l’intera storia della cutura preistorica.
La città d’oro ora è vicina, basta seguire il nobile uccello e lasciarsi giudare.
Il sequel de Il Mistero dei Templari, arriva sugli schermi con la coscienza a posto, senza novità visto che si preannuncia un terzo episodio già in fase di lavorazione, con il riciclo di attori e perchè no anche della trama.

Un’opera nel complesso senza costrutti particolarmente interessanti, banalizzata negli schemi narrativi, non richiama la fantasia della favola ma nemmeno l’interesse per l’avventura.
Il regista, ai più (sono con voi), risulta uno sconosciuto e non facciamo fatica a credere che questa sia una delle sue rare apparizioni come director di una pellicola da milioni di dollari.
Abbiamo una sola vita, quindi vediamo di evitare l’inguardabile.

Fonte: immagine tratta da Mymovies

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Stranger Than Fiction

by director at 24 Dec 2007 in Cinema

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Film PosterProduction: USA

Year: 2006

Director: Marc Forster

Cast: Will Ferrell, Maggie Gyllenhaal, Dustin Hoffman, Queen Latifah, Emma Thompson, Tom Hulce, Tony Hale, Denise Hughes, Linda Hunt.

Genre: Comedy

Running time: 113 minutes

Sconvolgente, esilarante, divertente, appassionante, spassosa commedia dai risvolti tragi-comici, un idea originale, un balzo filosofico tra la vita e la morte ed il film che stavi cercando è servito!

Un meta narrazione s’insidia imprudentemente ed altrettanto affascinatamene negli schemi più profondi di un genere sempre sospeso a metà, tra la piega comica e quella drammatica.
Qui troviamo la vita ed il suo contrario, vediamo Harold Crick, un uomo perennemente condizionato dal calcolo che scandisce la sua esistenza con gesti impietosamente regolari: settantasei volte si lava i denti di cui una metà con la spazzola in manovra da destra a sinistra e dall’atra con movimenti verticali, dal basso verso l’alto.

L’identico e semplice modo di farsi il nodo della cravatta, il letto sempre vuoto al mattino presto, tanto che l’unico interlocutore serio e non sembra proprio essere il suo orologio da polso.
Ma all’improvviso, da oscure e remote zone della sua mente irrompe una voce femminile che sembra capire in anticipo ogni sua mossa, descrivendola con particolari linguistici efficaci, segno di una padronanza filologica davvero eccellente.
Non riesce a capacitarsi di questo evento, pensa più volte di essere pazzo, si rivolge a decine di psichiatri, ma alla fine sceglie di raccontare il suo dramma ad un professore di teoria letteraria ottimamente interpretato da Dustin Hoffman.

La voce bisbigliante è la scrittrice Karen Eiffel, in procinto di pubblicare il suo nuovo romanzo ma costantemente afflitta dal tipico blocco del mestiere che non gli riesce a regalare un finale degno di nota. Da sempre autrice di tragedie, spietata assassina dei suoi personaggi (se ne contano ben otto estinti) pare non abbia pietà di un uomo che non ha mai saputo cogliere l’essenza della sua vita.
Harold ha sempre dato un significato particolare alle cose che li circonda, ha sempre messo i numeri davanti, mai rivolto i suoi pensieri a qualcosa che esulasse dal razionalismo spiccio, tralasciando quella parte dell’intelletto dedicata al libero sfogo della propria creatività.

La vita è un’arte, costituita da due facce contrapposte: la commedia o la tragedia.
Da quando incontra Anna, una fornaia dalla quale si reca per motivi di lavoro, una nuova possibilità prende piega lentamente nelle maglie dell’esistenza di Harold.
Impara a gustare il sapore di un biscotto inzuppato nel latte dopo una tremenda giornata di fatiche e stress, una serata in compagnia a chiacchierare o a guardare semplicemente la tv.
Tutte le sere, d’ora in poi, non rimane mai solo, qualche volta si trattiene con il suo collega e amico d’ufficio e qualche altra con la sua nuova fidanzata.
Quello che sembra un deciso cambio di rotta verso una nuova vita più gratificante, si svela piano piano l’inizio di un incubo dalla terribile fine.

Karen ha ora una nuova storia, ne sta gettando le bozze, irremovibile sulla decisione di far morire il suo personaggio. Harold, venuto a saperlo, cerca in tutti i modi di guastare questo ennesimo decesso, va a farle visita destandole la più completa delle sorprese.
La gioia di poter vedere una rappresentazione fedelmente carnale del suo protagonista è uno dei fattori chiave che dirottano il finale in gradita sorpresa.
L’autobus su cui Harold si schianta per salvare un bambino non gli provoca la morte. Magia dei dettagli, metafora della vita che richiede l’attenzione per le cose semplici, per i dettagli anche a prima vista del tutto insignificanti. Sarà un pezzetto del suo orologio da polso ad ostruire un pericolo deflusso di sangue dall’arteria del suo braccio destro, evitando complicazioni altrimenti irreversibili.

Da rivedere per chi lo avesse visto, da non perdere per chi non lo avesse fatto.

Fonte: immagine tratta da Mymovies

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The nature of Peen

by director at 22 Dec 2007 in Cinema

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Film SceneFamoso per le sue disarmonie con il mondo dello Star System, icona dei ribelli che contano, da sempre conscio del suo ruolo di privilegiato, il regista-attore quarantasettenne di Santa Monica ha messo all’opera una nuova sfida cinematografica.
Sì, si è trattata proprio di un’impresa la sua, visto che il suo progetto ha le tinte verdi della natura selvaggia, inisidiosa, primitiva, vera, una natura incontaminata e per questo affascinante.
Nelle terre estreme è il libro di John Kraukauer da cui prende spunto per realizzare la sua pellicola. Tratto da una storia vera, quella di Christofer McCandless, giovane ventiduenne laureato dal futuro molto promettente, che decide di cambiare strada. Alla sua vita vuol far prendere una piega del tutto diversa, insolita, libera da ogni condizionamento dettato dal consumismo odierno, deturpata di tutti i suoi risparmi donati in beneficenza.
Con zaino in spalle e qualche indumento addosso parte dal sud Dakota, attraversa tutta la California per giungere nei più sperduti e sconfinati territori dell’Alaska, dove avverrà un tragico epilogo.
Dopo aver letto l’opera letteraria Penn ha subito pensato che fosse perfetta per un film. Come nota l’autore dello scritto “Chris non era come gli altri, era molto egocentrico, ostinato, impetuoso, ma era anche un puro di cuore”.
Un ragazzo dalla grande rettitudine morale, dai grandi ideali, il cui scopo nella vita non era quello d’intraprendere la via più facile.
Avere delle idee simili dev’essergli costata l’accusa di essere un tipo un po’ troppo sopra le righe, per non dire pazzo, ma lui avrebbe potuto rispondere: “Non sarebbe stata più un’avventura”.
Fondamentali per la buona riuscita del film sono i lunghi ed intensi dialoghi con la famiglia del giovane Chris, la raccolta delle lettere
e dei diari da parte della sorella Carine, i ricordi privati, elementi cardine per intervallare l’intero racconto.
Il protagonista, Emile Hirsch, mostra un’impressionante somiglianza con il vero Chris ed è stato scovato nella pellicola Lords of Dogtown in cui interpretava un giovane skater.
Otto mesi di grande preparazione lo hanno parecchio temprato, si è cimentato con il rafting o le arrampicate, con molto entusiasmo e nessuna voglia di lamentarsi.
La dieta forzata a cui si è sottoposto gli ha fatto perdere fino a 20 chili, arrivando a pesarne meno di 52. Il rischio in ritratti di questo genere è quello di elevare il soggetto a martire, quando è più importante sottolinearne i tratti di autenticità.
A questo ha rimediato facendo sfoggio sia dei pregi che dei difetti in modo tale da renderlo decisamente umano.
Di rilievo il cast, soprattutto i coniugi McCandless, interpretati da Maria Gay Harden e William Hurt, attenti ai sottili giochi umorali della coppia, sospesa tra rabbia, frustrazione, dolore represso, ma sorretti da un amore incondizionato per il figlio.
Lo stesso amore che prova la sorella Carine, la cui apparizione in poche scene è degnamente esaltata dalla performance di Jena Malone, voce tristemente narrante del lungometraggio.
Il silenzio lunghissimo di Chris è stato un duro colpo per lei, ha messo in crisi il suo profondo legame, ma ha dato spazio anche per il perdono e la comprensione.
Il film esce nelle sale a partire dal 25 Gennaio 2008.
Per concludere, una citazione brevissima che racchiude il senso dell’intera opera tratta direttamente dalle parole di Chris:“la felicità è in tutto ciò che ti circonda, e per raggiungerla devo isolarmi in essa”.

Fonte: Best Movie n° Dicembre 2007
Fonte: immagine tratta da Indipendent

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Robinson Crusoe

by director at 22 Dec 2007 in Literature

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Book CoverUn romanzo entrato nella cultura popolare, la vera icna del naufrago, lo stereotipo dell’uomo in fuga dalla propria vita, o almeno quella che non desidera, in cerca di una che sogna con tutta sincerità.
La passione per i perigliosi e terrificanti viaggi tra i mari è sempre stata un cruccio ed una maledizione della vita di Robinson Kreutzner, in arte Crusoe (per la solita mania inglese di storpiare i nomi).
Quel dì del 1651, a soli diciannove anni e con tanta ingenuità sulla spalle da non ascoltare i gravi e saggi consigli del padre commerciante, lascia la cittadina di York per le sue prime esperienze di navigazione. Il primo viaggio in battello verso Londra non costa nulla, se non qualche timido sussulto di paura per la propria pelle. Una volta toccata la terraferma, non resiste al richiamo dell’avventura, con la certezza che ad aiutarlo ci saranno comandanti esperti con sul groppone numerose fortune nelle più impervie e remote zone del pianeta, tra cui l’Africa.
Questa volta lontano da casa si muove sul serio, esplorando diverse condizioni climatiche, incombe nel primo agguato della sua pur breve esistenza. Un gruppo di pirati del Salè catturano il suo equipaggio e lo tengono prigioniero. Fortuna vuole che per la sua corporatura giovane e forte venga scelto per i lavori più sodisfacenti, come quello di andare quotidianamente a pescare in compagnia del capo della banda.
Resosi conto delle mirabili doti di Robinson, il comandante dei pirati decide di non seguirlo più nelle sue abitudinarie escursioni in caccia di pesci, tanto da lasciargli una ghiotta opportunità per scappare via.
Non si fa pregare lasciando al timone il suo futuro compagno di traversata e minacciando lo schiavo negro ad abbondare il battello, puntandogli un fucile.
Ripreso il viaggio verso nord-est, si trova decisamente in difficoltà nel trovare uno spiazzo utile dove poter ancorare la sua imbarcazione, costretto ad aggirare l’intera costa formata da un’irta e distorta catena di scogli.
Il Brasile non è molto lontano, lì avrebbe potuto acquistare grandi appezzamenti terreni da poter coltivare e con cui racimolare molto denaro.
Inizia la sua nuova attività con grande entusiasmo, espandendo i suo confini originari ed assumendo molti più lavoratori.
Questo ritmo incessante lo arricchisce parecchio, ma presto si rende conto di come non possa allontanarsi un attimo dai suoi campi, sentendo sempre più fitta la triste presenza della solitudine.
Non resiste altro tempo, ha bisogno di respirare un po’ dalla prigionia del lavoro e salpa per un altro entusiasmante tragitto diretto verso nuove terre da perlustrare.
Questa volta la sfida con il mare si gioca a livello impari, la forza dei venti travolge la sua ciurma, ma anche le flebili speranze di rimanere in vita.
Il battello s’incaglia vicino alla riva, ancora alla portata delle altissime onde, tutti i membri sembrano destinati ad un terribile epilogo. Robinson affoga per due volte sotto l’impeto incessante dei cavalloni marini, nel momento in cui il respiro sta per abbandonarlo, balza a terra e si distende stremato sul suolo umido.
Non appena prende coscienza della sua disavventura si accerta che non vi siano antropofaghi nei dintorni, poi si dirige nell’entroterra alla ricerca di un luogo sicuro ove riposarsi.
Da qui cominciano le dure, snervanti giornate alla ricerca di cibo, viveri, alla costruzione d’imbarcazioni o di attrezzi per dare la caccia agli animali e dai quali ricavarne le pelli per ripare il corpo dalle piogge o dal freddo intenso.
Sorprendente la grande abilità del personaggio nel trovare sempre soluzioni utili alla proprie necessità, vasi costruiti in argilla per contenere i cerali ottenuti dalla macinazione del grano, piatti e tazze, oltre che recinti di pecore dalle quali ricavare nutrimento
La lucida intelligenza del naufrago scardina ogni dubbio sulla possibilità umane, paragonando l’essere tradizionale come lobomotizzato dai suoi comfort, reso inebetito della sua creatività, allontanato da un’accesa coscienza di autosussistenza.
Non può che far nascere l’evidente metafora della vita come tema di sfondo alla solitudine, sempre più opprimente in quella che si rivela come l’isola-prigionia.
Ciascuno di noi può realizzare grandi imprese anche da solo, cose che nessuno si avebbe mai sognato di farle, esperienze che mai nessuno ha provato, ma se poi non possono essere condivise la sua unicità perde di valore, diventando così lo specchio riflesso delle proprie frustrazioni.
Venerdì è la vera svolta nella vita del protagonista, più che la sopravvivenza in sè, costituisce la soddisfazione dei propri desideri, quelli che viengono a galla dopo gli altri, ma che sono il nodo cruciale dell’esistenza di ogni individuo.
Una fuga che diventa estrema non è mai un’evasione, ma è una perdizione.

Fonte: immagine tratta da Flickr

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The world is “rossonero”

by director at 17 Dec 2007 in Football

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Kakà Goal

TABELLINO

Milan 4: Inzaghi 21′, 75′, Nesta 50′, Kakà 61′
Boca jr. 2: Palacio 23′, aut Ambrosini 85

Yokohama dopo la finale dei mondiali del 2002 riapre i battenti di un’altra competizione, meno pretigiosa, ma sempre ricca d’interesse. La Coppa Intercontinentale, infatti, ha fatto molto parlare di se in passato, anche se con esiti negativi visto che il doppio turno andata e ritorno costringeva i club europei a pericolose trasferte in sudamerica.
La formula è stata seppellita, ora si gioca su terreno neutro nell’economicamente florido Giappone
Vigilia pesante poteva rivelarsi per gli uomini di Ancelotti con lo spettro dell’amara sconfitta subita nel 2003 ed il pressante desiderio di vendicarsi di questa umiliazione sportiva. Comunque, a questo i giocatori preferiscono non pensare. L’obiettivo è portare a casa il trofeo, il quarto in caso di esito positivo, un record che mai nessun club della storia del calcio è riuscito ad ottenere.
La tensione è palpabile, la voglia di non fallire l’appuntamento è visibile nel cuore e nella testa dei rossoneri. Le fasi iniziali mostrano decisione da ambo i lati, poca paura e più concentrazione nel tentativo di superarsi.
Le occasioni più pericolose giungono dai piedi di Inzaghi, imbeccato opportunamente in profondità da Seedorf, Bonera e Pirlo. Va anche alla conclusione Kakà, entusiasticamente in forma, con il piglio giusto e il sentore che possa trascinare Tutto il gruppo. Detto, fatto. Una sua incursione sulla zona limitrofa dell’area di rigore, passaggio al centro per Inzaghi che gonfia la rete. Un vantaggio che sembra portare il match su binari più consoni per i milanesi, un trampolino di lancio verso un successo che si preannuncia piuttosto agevole. Invece, mai dire gatto se non lo hai nel sacco (dal vangelo del buon Guanin Trapattoni), perchè passano appena due minuti ed una disattezione su corner corto battuto in fretta dai geneisi permette a Palacio di siglare il pareggio di testa, indisturbato.
La partita non vuole scoprire le sue carte, coraggiosamente si rituffano in avanti seedorf e Kakà, mentre Inzaghi rimane di consueto in agguato.
Alcuni sbandamenti pericolosi di Maldini e co. rischiano di deviare il corso di un match che era iniziato sotto tutti i migliori auspici. Palacio, galvanizzato dal gol segnato comincia a sfoggiare numeri di ottima classe, scodellando palloni per i compagni e mettendo in difficoltà le già mirabolanti uscite di Dida.
La ripresa inizia sotto una buona stella, quella che indirizza il pallone proveniente dall’angolo del campo sui piedi di Nesta, abile a scaraventare un potente destro all’incrocio dei pali; nulla da fare per Caranta.
Ora i rossoneri sono decisissimi e vogliono chiudere la partita, consci dell’opportunità sprecata nel primo tempo.
Dopo un clamoroso e sfortunatissimo palo colpito da Ibarra, Kakà scende impetuosamente sulla sinistra, si accentra un poco non appena giunge nell’area piccola di rigore e fredda l’incolpevole Paletta.
3 a 1 ed i giochi son fatti, poi basta aspettare altri nove minuti per giungere all’apoteosi, avviata da Seedorf, rifinita da kakà e conclusa da SuperPippo. Con questa marcatura i suoi gol internazionali raggiungono quota 36, uno meno di Shevchenko.
Una fase depressiva lascia campo all’orgoglio del Boca che accorcia le distanze con l’autorete di Ambrosini intervenuto per bloccare il tapin di Ledesma dopo una parata di Dida.
La festa può cominciare, gli interpreti passeggiano sul campo, non attendono che il fischio finale del signor Rodriguez Moreno.
Il grido campioni del mondo si eleva dalla bocca dei milanisti d’talia e del mondo, ora si può dare sfogo a tutta la tensione accumulata, vedere terminare un ciclo di vittorie che ha portato in auge il Milan, onorandola dei trofei più ambiti e della riconoscenza planetaria.
La squadra che ha con sè il Pallone d’oro e Fifa World Player, davvero può essere considerata la più forte del mondo oppure basta un torneo con formazioni provenienti da angoli remoti della terra, poco abituate a giocare ad alto livello, per decretarlo?
Questo fu il medesimo problema che portò alla nascita della massima compotezione per club europei, nel 1954, quando la collettività era turbata dall’incapacità di decidere chi fosse la squadra più forte tra gli spagnoli del Real Madrid, il Milan, L’Honved di Bupadest e gli inglesi dell’Arsenal.
Chi conquista un trofeo è davvero la migliore, o possiede solamente il titolo di campione del mondo?
Rinfreschiamoci la memoria di eventi recenti, non dimentichiamoci che abbiamo battuto la Francia ai rigori dopo una partita giocata in perenne apnea.
Sì, questa partita è diversa, Il Milan ha meritato, ma andiamo a vedere il suo rendimento in campionato, scoprendo che il suo ruolino di marcia non fa certo sfaville.
Insomma, per essere il più forte ti basta vincere il torneo che declama codesto titolo, ma non importa sapere che molto tempo prima e tanto tempo poi non si è siffatto dimostrato tale forza in altro tipo di competizioni.
Lanciamo questa pietra e posiamo la nostra mano per chi non si trova d’accordo. Sappiate argomentare… TABELLINO
Milan 4: Inzaghi 21′, 75′, Nesta 50′, Kakà 61′
Boca jr. 2: Palacio 23′, aut Ambrosini 85′

Yokohama dopo la finale dei mondiali del 2002 riapre i battenti di un’altra competizione, meno pretigiosa, ma sempre ricca d’interesse. La Coppa Intercontinentale, infatti, ha fatto molto parlare di se in passato, anche se con esiti negativi visto che il doppio turno andata e ritorno costringeva i club europei a pericolose trasferte in sudamerica.
La formula è stata seppellita, ora si gioca su terreno neutro nell’economicamente florido Giappone
Vigilia pesante poteva rivelarsi per gli uomini di Ancelotti con lo spettro dell’amara sconfitta subita nel 2003 ed il pressante desiderio di vendicarsi di questa umiliazione sportiva. Comunque, a questo i giocatori preferiscono non pensare. L’obiettivo è portare a casa il trofeo, il quarto in caso di esito positivo, un record che mai nessun club della storia del calcio è riuscito ad ottenere.
La tensione è palpabile, la voglia di non fallire l’appuntamento è visibile nel cuore e nella testa dei rossoneri. Le fasi iniziali mostrano decisione da ambo i lati, poca paura e più concentrazione nel tentativo di superarsi.
Le occasioni più pericolose giungono dai piedi di Inzaghi, imbeccato opportunamente in profondità da Seedorf, Bonera e Pirlo. Va anche alla conclusione Kakà, entusiasticamente in forma, con il piglio giusto e il sentore che possa trascinare Tutto il gruppo. Detto, fatto. Una sua incursione sulla zona limitrofa dell’area di rigore, passaggio al centro per Inzaghi che gonfia la rete. Un vantaggio che sembra portare il match su binari più consoni per i milanesi, un trampolino di lancio verso un successo che si preannuncia piuttosto agevole. Invece, mai dire gatto se non lo hai nel sacco (dal vangelo del buon Guanin Trapattoni), perchè passano appena due minuti ed una disattezione su corner corto battuto in fretta dai geneisi permette a Palacio di siglare il pareggio di testa, indisturbato.
La partita non vuole scoprire le sue carte, coraggiosamente si rituffano in avanti seedorf e Kakà, mentre Inzaghi rimane di consueto in agguato.
Alcuni sbandamenti pericolosi di Maldini e co. rischiano di deviare il corso di un match che era iniziato sotto tutti i migliori auspici. Palacio, galvanizzato dal gol segnato comincia a sfoggiare numeri di ottima classe, scodellando palloni per i compagni e mettendo in difficoltà le già mirabolanti uscite di Dida.
La ripresa inizia sotto una buona stella, quella che indirizza il pallone proveniente dall’angolo del campo sui piedi di Nesta, abile a scaraventare un potente destro all’incrocio dei pali; nulla da fare per Caranta.
Ora i rossoneri sono decisissimi e vogliono chiudere la partita, consci dell’opportunità sprecata nel primo tempo.
Dopo un clamoroso e sfortunatissimo palo colpito da Ibarra, Kakà scende impetuosamente sulla sinistra, si accentra un poco non appena giunge nell’area piccola di rigore e fredda l’incolpevole Paletta.
3 a 1 ed i giochi son fatti, poi basta aspettare altri nove minuti per giungere all’apoteosi, avviata da Seedorf, rifinita da kakà e conclusa da SuperPippo. Con questa marcatura i suoi gol internazionali raggiungono quota 36, uno meno di Shevchenko.
Una fase depressiva lascia campo all’orgoglio del Boca che accorcia le distanze con l’autorete di Ambrosini intervenuto per bloccare il tapin di Ledesma dopo una parata di Dida.
La festa può cominciare, gli interpreti passeggiano sul campo, non attendono che il fischio finale del signor Rodriguez Moreno.
Il grido campioni del mondo si eleva dalla bocca dei milanisti d’talia e del mondo, ora si può dare sfogo a tutta la tensione accumulata, vedere terminare un ciclo di vittorie che ha portato in auge il Milan, onorandola dei trofei più ambiti e della riconoscenza planetaria.
La squadra che ha con sè il Pallone d’oro e Fifa World Player, davvero può essere considerata la più forte del mondo oppure basta un torneo con formazioni provenienti da angoli remoti della terra, poco abituate a giocare ad alto livello, per decretarlo?
Questo fu il medesimo problema che portò alla nascita della massima competizione per club europei, nel 1954, quando la collettività era turbata dall’incapacità di decidere chi fosse la squadra più forte tra gli spagnoli del Real Madrid, il Milan, L’Honved di Bupadest e gli inglesi dell’Arsenal.
Chi conquista un trofeo è davvero la migliore, o possiede solamente il titolo di campione del mondo?
Rinfreschiamoci la memoria di eventi recenti, non dimentichiamoci che abbiamo battuto la Francia ai rigori dopo una partita giocata in perenne apnea.
Sì, questa partita è diversa, Il Milan ha meritato, ma andiamo a vedere il suo rendimento in campionato, scoprendo che il suo ruolino di marcia non fa certo sfaville.
Insomma, per essere il più forte ti basta vincere il torneo che declama codesto titolo, ma non importa sapere che molto tempo prima e tanto tempo poi non si è siffatto dimostrato tale forza in altro tipo di competizioni.
Lanciamo questa pietra e posiamo la nostra mano per chi non si trova d’accordo. Sappiate argomentare…

Fonte: immagine tratta da Excite

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