A thousand suns

by director at 14 Jun 2008 in Literature

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Book CoverIl secondo romanzo in ordine di uscita dello scrittore afgano adottato dagli Stati Uniti sfrutta la scia del precedente trionfo editoriale e non tarda a soddisfare il palato linguistico diventato sempre più raffinato dei suoi nuovi aficionados.

Tra di essi non può mancare la sensibilità e la riservatezza del pubblico femminile, a cui le intere vicissitudini del libro sono dedicate. Proprio tra le pagine di questa seconda avventura in un Afghanistan più vicino ai giorni nostri, ma nello stesso tempo per nulla distante dalle continue guerre e dallo spargimento di sangue innocente, catturiamo con inusitata e piacevole sensazione la forza delle donne.

La loro fragile corporatura fa da contrasto ad un cuore che sa essere duro nelle avversità e dolce nell’amore.  

E’ spropositata la loro capacità di soffrire in silenzio alle angherie di uomini rozzi e privi di scrupoli, la loro tenacia, la loro determinazione nell’affrontare circostanze inserite all’interno di una cultura prevalentemente maschilista, dove è ancora in vigore la poligamia e molte di loro (soprattutto nelle zone rurali e tra fasce sociali di livello basso) sono costrette a fare le casalinghe rinunciando a sogni più elevati.

Qui, l’omone grosso, brutto e cattivo è chiamato Sharid, un bottegaio del quartiere nord-occidentale di Kabul, quello che ospita l’università, al quale viene data in sposa Mariam. Quest’ultima ha la vita segnata da una macchia indelebile: è una harami, una bastarda. Sua madre ha fatto la cameriera per uno degli uomini più ricchi ed influenti di tutto il Paese, Jalil, poligamo e proprietario di diversi ettari di terreni, di empori di tappeti, di stoffa ed altre mercanzie.

Accidentalmente è rimasta in cinta di quest’uomo. Ripudiata dal padre e sentendosi macchiata da una colpa permanente trova accampamento presso una kolba in legno costruita dall’entourage dello stesso Jalil, come autopunizione, a qualche miglio di distanza da Herat in cima ad una collina da cui si può ammirare tutta la città.

Mariam passa quindi tutta l’infanzia ad osservare i minareti e le piccole abitazioni che la costituiscono senza poterle toccare direttamente, come una spettatrice distaccata.

La figlia di Mariam Laila nasce dopo il matrimonio con Sharid proprio all’alba della rivoluzione del 1978. I suoi fratelli si arruolano nella jiihad quando lei aveva solo due anni e al momento della loro scomporsa non prova lo stesso dolore sentito dalla madre.

Per Laila l’unico vero fratello è Tariq, un intimo compagno di giochi, una spalla importante che lo ha saputo difendere dai dispetti di altri coetanei. La ruggine che si frappone tra lei e Mariam comincia piano piano a sciogliersi con l’evolversi della guerra con il capo-padrone Sharid. Stanche del suo modo di trattarle, del suo atteggiamento aggressivo e scontroso si uniscono trovando insieme la forza di affrontarlo direttamente.

Una storia di coraggio, di amore, amicizia condensata al massimo grado in una ricetta di speranza che può rappresentare ancora un’ultima via dalla morte e dalla distruzione.

Fonte: immagine tratta da Piemme3.Bluestudio

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