Aug 28 2008
Oltre il fiume (Silvia Melloni)
Un diario di bordo dove gli sguardi e le impressioni provate sul momento vengono appuntati con particolare precisione. L’India, come il pensiero degli occidentali vuole che sia, non è affatto ciò che si racconta e si dice nei documentari nostrani o almeno in parte.
Da tutti dipinto come un Paese pineo di magia e di spiritualità, a quanto pare questa sua ricchezza trascendentale sembra averla persa lungo i gradini che la portano verso il Dio denaro. C’è miseria, tanta miseria, povertà e squallore, dagli spazzi angusti delle lavanderie comunali alla periferia di Bombay alle lunghe file di baracche separate da un fine tendaggio dalle quali vengono emanati fetori e tanfi nemmeno degni delle fogne di qualsiasi metropoli mondiale.
Lo sguardo più indifferente dei suoi abitanti verso i grandi finestrini dei treni che passano a pochi metri, e i cui passeggeri hanno la malcapitata sorte di vederli mentre si esibiscono nei loro bisogni. Minuti e minuti interminabili di viaggio separano la vista di quella tragica e nello stesso repellente meschinità da una più piacevole vista delle sconfinate terre desertiche e delle alte montagne.
In India v’è una forte suddivisione in caste, una grande differenza Nelle condizioni degli appartenenti ai diversi ceti sociali, un estremo rispetto e timore da parte di coloro che stanno in quelli inferiori verso coloro che stanno in quelli superiori.
Il tutto è il risultato di una pratica coercitiva instaurata definitivamente con il Kharma, ovvero la possibilità di migliore o peggiorare le proprie condizioni, attraverso vite successive, fino a giungere alla salvezza spirituale ed uscire dal famoso Samsara, il ciclio delle nascite e delle morti. In India se nasci povero è frutto di una tua colpa commessa in un’esistenza precedente ed il tuo esclusivo impegno è quello di vivere rettamente di modo da passare a miglior vita futura.
Davanti al più affascinante albergo di tutta la Nazione, il Taj Mahal brulicano i mendicanti senza arti superiori ed inferiori, con lo sguardo umile ed intimorito si vergognano a chiedere l’elemosina. Molti di loro sono bambini strappati dai villaggi, mutilati e poi fatti passare per persone handicappate per risultare più pietosi e convincenti.
Nonostante lo Stato indiano abbia tra le file delle sue liste di partito personaggi illustri come Indira e Sonia Ghandi, simboli di pace, la stragrande maggioranza della popolazione non ha visto risorgere la propria condizione economica e sociale. Questi nomi sono strumenti di facciata, simboli di pace, icone del sacrificio, immagine delle vittime, ma non hanno alcunchè di veramente attinente con chi è meno agiato. Sono decisamente lontane, più di prima, da quella che è la realtà quotidiana.
Il tasso di analfabetismo raggiunge livelli astronomici, la carenza del servizio scolastico scoraggia i genitori a mandarli a studiare, preferendo per loro una solida mano nelle “aziende” di conduzione familiare, ad esempio nella coltivazione dei campi.
La religione maggiormente praticata è l’induismo, con percentuale non indifferente di musulmani. Tra queste due fazioni sono nati diversi conflitti, soprattutto nel 1993 per l’opera del partito nazionalista Shiv Sena chiamato a risolvere le tensioni scaturite negli slum di Bombay dall’arrivo di troppe persone in cerca di lavoro. Questo gruppo con il tempo ha avuto rapporti sempre più fitti con la mafia.
Da non dimenticare la presenza caratteristica dei bandati, individui con foulard che girano nelle case dei ricchi a rubare il più possibile ed ad uccidere se necessario. Per loro stessa affermazione è un lavoro come un altro, commissionato da cittadini che chiedono soprattutto l’omicidio per vendetta o gelosia.
La curruzione e le infiltrazioni di cosche mafiose sono quasi pressochè all’ordine del giorno.
Le cooperative del credito agricolo sviluppatesi per far fronte allle difficoltà dei coltivatori sono gestite da professionisti dell’estorsione con residenza all’estero, pronti a chiedere soldi anche ai meno abbienti e fortunati.
La condizione delle donne è tutto fuorchè egualitaria a quella maschile. Tradizione vuole che la donna sposata vada a vivere dalla famiglia del marito e non le sia permesso di ritornare dai suoi genitori, salvo per la nascita di un bebè, per il quale concedono un giorno all’anno.
In questo quadro povero la mancanza di cultura e di conoscenza non permette a gran parte delle persone di pensare che una vita migliore è possibile, di coltivare almeno l’illusione della prosperità, di serbare la speranza, di non arrendersi ma perseverare nella lotta quotidiana che la nostra esistenza ci costringe ad affrontare.
Adesso avrete un’idea più chiara di quanta spiritualità possa ancora conservare la popolazione indiana.
Fonte: immagine tratta da www.terre.it