Yanub

Yet another not useful blog

Aug 28 2008

Batman _ Il Cavaliere oscuro

Cinema Lorenzo @ 13:38

Locandina del film

Produzione: U.S.A.

Anno: 2008

Regia: Christopher Nolan

Interpreti principali: Christian Bale, Heath Ledger, Gary Oldman, Michael Caine, Aaron Eckhart, Maggie Gyllenhaal, Morgan Freeman

Genere: Azione

Durata: 150 minuti crica

 

La saga del multimiliardario Bruce Wayne riparte dalle ceneri lasciate per strada dalla scadente regia avveniristica e molto pop di Joel Schumacher, per prendere la rotta della dannazione oscura e delle foschissime tinte dark.

Mentre per Tim Burton la “regola” era il fumetto animato con i suoi personaggi multicolori, pluriformi, assurdi ed incantevoli, un jack Nicholson dal sorriso manichiano, più teatro della fantasia e meno teatro della realtà, per Nolan era meglio presentare una versione commistionata tra l’Alex dalla lingua poetica e dalla condotta “volgare”, l’archetipo punk Iggy Pop, famoso per le sue esibizioni live poco decorose, il Sid Viciuos il folle ribelle contestatore della finta ipocrisia borghese.

Un’identità molto chiara nelle sue intenzioni, come spiega un affermazione caratteristica di Alfred (alias Micheal Caine), il fido maggirodomo di Bruce: “Certi uomini non cercano qualcosa di logico, non si possono nè comprare nè dominare, non ci si tratta, certi uomini vogliono solo veder bruciare il mondo”.

Questo Joker s’ “ingegna” nel voler sottolineare l’assurda doppiezza dell’animo umano, spinto alla ricerca di un ordine costruito più dalla ragione che da un sentimento vero. Un’anarchico che si rispetti non ha regole, porta il caos come soluzione ultima e inevitabile dell’equilibrio. Filosofia morale come ritratto della lucida intelligenza del joker, bravo a penetrare nelle rappresentanze più alte del bene e a mettere in difficoltà il loro castello di carta.

Un Harvey Dent sorridente, dallo squardo sereno, sicuro di sè, il nuovo Procuratore Distrettuale di una città già contaminata da una folta schiera di bande mafiose, quelle interessate ai soldi, alla bella vita sfuggente alla legge, a tenersi alla larga da mostri con la faccia bianca e dal sorriso molto pronunciato. Sono la parte “seria” del gioco delle parti chiamato giustizia, la variabile sana che ha bisogno di una controparte altrettanto sana.

E’ il simbolo di una rinascita per Gotham, della maggiore fiducia della gente per la forza della legge, della minore paura verso il nemico di essa, di un nuovo spirito battagliero di più coraggio. La sua cattura di metà dei criminali operanti in città è la conferma di tutto questo. Inizia una nuova era in cui non c’è bisogno dell’eroe mascherato, quel Batman nato dall’infanzia, dalla rabbia di una vita rovinata dalla delinquenza, ma che è sempre vissuto grazie ad essa.

Bruce Wayne/Batman viaggiano su due strade diverse, sulla medesima precaria bilancia dell’esistenza, due figure complementari dedite ad amori altrettanto differenti. Quello di Bruce per l’assistente di Harvey Rachel Dawe, aspettato a lungo, desiderato, ma possibile solo con una vita normale, senza l’ombra del suo alter ego. Quello di Batman è combattuto tra il restituire la città a suoi cittadini, il far valere i normali strumenti di lotta alla criminalità, ma nello stesso tempo di trovare un malvivente alla sua altezza. In questo caso pare averlo proprio trovato.

E’ un nuovo lato oscuro lo scoglio cui deve fare i conti, uno squarcio nella mera cecità di presa di coscienza della propria natura, continunamente sottolineato dal mostro schizzoide che si aggira per la città. Un rapimento dopo l’altro, una morte dopo l’altra è il prezzo da pagare per la sua incapacità di svelare se stesso agli altri, per la sua ostinazione a non scendere a patti con un l’anarchico, ad accettare che per battere uno come lui deve prosi al suo stesso livello. Deve dimenticarsi delle norme, dell’idea del vivere civile, nel rispetto di tutti, deve uscire insieme all’oscurità che si porta dietro.

Inseguimenti, sparatorie, colpi di scena non mancano in questo secondo episodio, ma nemmeno lo sconvolgente senso di disordine che trapela da esse. Le prime scene della rapina in banca, con le maschere clownesche in atto di sciupare le riserve monetarie di una  banca controllata dalla mafia, sono l’elogio dell’imprevedibilità, della sorpresa, dato che tutti i componenti della compagnia finiscono ad uno ad uno sotto le mitragliate dei propri compagni.

Entusiasmante, stimolante la colonna sonora in accompagnamento delle gesta atletiche, delle situazioni offlimits, il fiuto sonoro del pericolo che si alterna a pochi, poetici silenzi, incantevoli se si tratta di quelli in cui il singolare ceffo bianco balza fuori la sua testa dai finestrini delle gazzelle lampeggianti.

Emblematica, ficcante l’immagine scolpita nei fotogrammi di un criminale sui generis, quando brucia lasua  montagna di soldi in cima della quale si trova il potente uomo d’affari cinese per rivendicare la sua parola: “Questa città merita una classe criminale migliore. Ed io gliela darò.” 

Grazie per tutto questo…

 

Fonte: immagine tratta da Mymovies 

 

 

 

Aug 28 2008

La neve se ne frega (Luciano Ligabue)

Letteratura Lorenzo @ 13:41

Copertina del libroIl cuore creativo dell’artista di Correggio continua ancora a pulsare nonostante il fragile ed auspicabile declino della sua arte più raffinata, in un’opera letteraria (non la si esclude) davvero interessante.

Ci proiettiamo a distanza di cento anni, in un futuro non troppo lontano da quel che si può pensare, con una perdita di coscienza del passato recente, la realtà ai nostri occhi, davvero imbarazzante.

Tutto è sottoposto al piano Vidor, basato sulla fiducia incrollabile dei membri della società, il quale controlla le nascite, istruisce percorsi obbligatori per ognuno, determina il momento esatto in cui sarai sparato all’altro mondo.

E’ una sorta di “senso della vita” al contrario da quello cui noi siamo abituati, in cui le fasi più elettrizzanti, i piaceri più intensi, la parte più morbida e succosa della grande polpa dell’esistenza arriva più tardi. Non tutto e subito, ma meglio dare il tempo necessario ad ogni cittadino di comprendere il sacro valore della vita, di darsi alla spremitura più totale di quella linfa irripetibile che scorre nella fascia d’età tra i quattordici e i trent’anni.

Così, perchè non nascer “vecchi”, sputati fuori da una medesima bolla fattrice, in compagnia della donna/uomo della propria vita?

Perchè non provare da subito quella nauseante sensazione di dover convivere con un corpo dalle fattezze mollicce, cascanti, quasi sparito nella sua putrescenza, sempre più assorbito da ossa deboli e stanche?

La miglior fortuna è non dover aspettare a lungo prima di raggiungere l’età buona per cominciare a lavorare e sentire la vecchiaia darci le spalle.

In questa società tutti hanno un lavoro, lo sanno ancor prima di cominciare a svolgerlo, appena sono raccolti in fasce dalle levatrici, identificati secondo una sigla.

DiFo sa già che troverà spazio per la sua vena artistica dirigendo la sezione fotografica all’intenro della produzione filmica, così come ViPa soddisferà la sua energica passione per le piante, dedicandosi alla vigilanza dei parchi.

DiFo e ViPa (o Natura) una delle tante coppie che usufruisce dei diritti e si attiene ai doveri sanciti dal Modello, il miglior strumento per garantire, o meglio cercare di farlo, la felicità agli individui.

Per ciascun individuo è abbinato/a una partner, ma è anche dovere di essi compiere un numero stabilito di adulteri, con l’obiettivo di contruibuire all’equilibrio della coppia. Gli esperti del piano, archivato nella loro coscienza il disincanto per una vita vissuta senza eccessi o esperienze borderline, dannosi per il mantenimento del desiderio, hanno cancellato ogni possibile ricordo della concezione di famiglia, mamma, papà, figlio.

La popolazione mondiale si aggira sui trenta milioni, nè più nè meno, non tende ad aumentare ne a diminuire. Tutta lo loro vita è sottoposta al controllo di microcamere, versione modernizzata dell’occhio invisibile del Grande Fratello di memoria orwelliana, con sistemi di allarme in caso di emergenze sanitarie o di tipo giuridico.

I tassi di sucidio e di mortalità restano piuttosto bassi, aggirandosi intorno allo zero senza mai raggiungerlo effettivamente. Ma, l’indole umana resta sempre la stessa e la capicità di uscire dagli schemi anche. Capita che DiFo non resista alle provocazioni di un acerbo regista sessantenne sugli adulteri della sua compagna, un pugno di troppo e il provvedimento provvisorio scatta inesorabilmente.

Ma succede anche peggio, uno strano rigonfiamento dell’addome di Natura crea scompiglio e le immediate preoccupazioni del Consiglio di Sicurezza Distrettuale. Un evento mai conosciuto prima, o forse dimenticato tempo fa, insinua la fede verso una banalissima disfunzione ormonale la cui pronta soluzione risiede nell’intervento chirurgico di un detenuto dell’Opal.

Il quadro non torna, cinque anni dopo si ripresenta la “disfunzione”, ma stavolta non sono gli esperti a curarla…

Una narrazione che scorre sul filo della curiosità per un mondo partorito dalla fantasia del rocker di Correggio, tra domande, dubbi dei protagonisti, risposte degli esperti e paragoni non proprio infelici con la nostra “vita a senso unico”.

Una punteggiatura troppo marcata è la cifra stilistica dell’artista abtuato ai riff grezzi e pieni di carica energetica delle sue creature musicali, ricchi di sostanza e di poca forma.

Una distorsione delle melodie più pure che si ritrova nel fluire lento ed inpacciato di una grammatica in continua tosse, presa da sbalzi di umore, di pause improvvise. Periodi semplici, ridotti all’ossatura formale per non far vedere al lettore altro che la loro struttura semantica. Soggetti, verbi, complementi s’intrecciano dando vita ad un discorso il meno possibile complesso. E’ questo e basta, anche se non è d’accordo chi legge.

Stimolante l’idea, meno artistico il risultato.

 

Fonte: immagine tratta da LigaChannel

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aug 28 2008

Lussuria

Cinema Lorenzo @ 17:41

Locandina

Produzione: Cina, USA

Anno: 2007

Regista: Ang Lee

Cast: Tony Leung, Joan Chen, Lee-Hom Wang, Tang Wei, Wang Leehom

Genere: Drammatico

Durata: 160 minuti circa

 

Il plurivincitore Ang Lee (4 oscar per “La tigre e il dragone”, un leone d’oro e tre oscar per “I segreti di Brokeback Mountain”) torna con una nuova avvincente pellicola, impregnata di scandalo.

In una Shangai del 1942 sconvolta dalla colonizzazione giapponese, un gruppo di ragazzi frequentanti la stessa compagnia teatrale sono animati da una vigorosa volontà di riscatto patriottica.

Fa parte del gruppo Wang Jiazhi, giovane studentessa universitaria incaricata dalla resistenza di entrare nelle grazie del nemico Yee, un politico corrotto al soldo dei rivali giapponesi il cui l’obiettivo è quello di mantenere una “pace” apparente, un armistizio destinato a svanire presto con l’arrivo degli americani.

Uno stralcio della partita a Mahjong dove le donne discutono, scherzano, creano un’alchimia solidale, si danno consigli, si prestano abiti e infomazioni sui negozi della città. Il loro angolo di pace lontani dalle grinfie dei rispettivi mariti.

Un quartiere popolare sede del governo collaborazionista, le prime telefonate in un elegante caffè della Wang, uno dei punti di ritrovo dei militanti, il dietro le quinte che si differenzia dal palcoscenico dei salotti buoni, delle passeggiate aristocratiche nei negozi, delle cene a casa delle “amiche”.

La giovane si cala molto bene nella parte, già dagli sguardi nascosti e penetranti del sign. Yee s’accorge che la sua strada comincia in discesa. Gli occhi infuocati dell’uomo non appena incrocia i suoi fanno scattare una primordiale scintilla.

Ma si può dir nulla di tutto ciò se paragonato all’incredibile turbolenza corporale, all’ardore vivo delle effusioni, al profumo delle pelli che inebriano la mente protandola in uno stato di trance e lasciando fuoriuscire tutta la pulsione creativa e “distruttiva” dell’animale.

Sono le eccitanti, stimolanti, vibranti scene di sesso a costruire il pathos necessario per calamitare l’attenzione di uno spettatore distrutto psicologicamente dai primi tre quarti d’ora di una scenggiatura sospesa, indecisa su quale direzione prendere, quale senso andare a colpire.

Dal momento della loro unione simbiotica, le prove di Tony Leung e Wai Tang assumono due impronte nette e precise, ci trasferiscono l’intensità e la spontanietà dei loro gesti, indirizzano il racconto nella matassa principale, complicatissima da slegare.

Farsi prendere dalla passione più soffocante, dedicare anima e corpo ad una persona, tormentarsi per sentirla vicina, oppure cedere al sentimento di alta riconoscenza verso la propria Nazione combattendo al suo fianco in una resistenza?

In una Nazione dove non v’è pietà per i traditori, dove si dimostra che lo spirito nazionale non è solo appannaggio dei Giapponesi, dove se “pugnali” qualcuno alle spalle riceverai la stessa moneta o una pena più alta, come la morte, non sembra affatto semplice scegliere… 

Fonte: immagine tratta da Mymovies

 

 

Aug 28 2008

Chi comanda la vita?

Attualità Lorenzo @ 13:29

Eluana Englarodi ieri de La Stampa mi sono soffermato con attenzione ad un articoletto di fondo a pag. 13 in cui viene posto alla luce il dibattito tra il cardinale Bagnasco, Presidente della CEI e il padre di Eluana Englaro, la ragazza che si è trovata a “vivere” per quindici anni in uno stato vegetativo permanente grazie all’alimentazione di una macchina artificiale.

Da quel lontano 18 Gennaio 1992,  quell’incidente  con la sua vettura ridotta a rottami a seguito di uno schianto contro un muro nei pressi di Lecco, è iniziato un lungo calvario per la giovane.

I vari tentativi dei familiari di porre fine all’artefatto rifornimento biologico non hanno avuto buon esito. Il dolore per l’impossibilità di rispettare la volontà della figlia di non continuare la sua “esistenza”, di riacquistare un briciolo di dignità da una condizione che ne concedeva ben poca, di avere la  gioia di percepire il mondo e le sue bellezze sta per raggiungere i limiti di sopportazione.

Così il ricorso alla Procura della Repubblica di Milano è stato presentato e con esso l’eventualità di trovare una linea di vedute comeune dalla più grande Istituzione morale del mondo, quella Chiesa di Roma, impersonificata dall’arcivescovo di Genova Bagnasco, preoccupata di come la situazione abbia preso binari di irragionevolezza e di mancato rispetto per la vita.

Angelo BagnascoNelle sue testuali parole c’è il rischio di una “consumazione di una vita per sentenza”, nonostante dichiari il dovere di partecipare all’afflizione che colpisce sempre più la famiglia della ragazza.

Non si fanno attendere le repliche del padre di Eluana, il quale afferma come “questa situazione è stata creata clinicamente e se ne deve uscire clinicamente”, secondo l’idea che la natura deve fare il suo corso.

Il paragone dello stato di Eluana a quello di un bambino che ha bisogno di mangiare e di bere non pare sia stato felice da parte dell’Arcivescovo di Genova. Le circostanze sono differenti, ivi si tratta di un ricorso riguardo alle cure mediche da apportare alla giovane, non ad un’eutanasia, rifutate perchè viste in un contesto di accanimento terapeutico. In definitiva si tratta di dare una mano ad una “vita” già messa in ginocchio, in uno stato più doloroso del coma, più prossimo alla morte, cui ulteriori misure terapeutiche potrebbero portare a un risultato inefficace.

Non si è fatta attendere la mozione dall’onorevole Francesco Cossiga, firmata a ruota da esponenti del Pdl, dell’Udc e della Lega. C’è la preoccupazione che la Magistratura possa voler legiferare su di un tema così delicato invece di lasciare il compito a chi ne è autorizzato.

Mi viene da chiedermi: “Qual’è il confine tra la vita e la morte? Come si può dipanare filosoficamente una questione così delicata, in cui è sottile il rapporto tra le parti così come labili sono le ragioni sia dall’una che dall’altra sponda?”

Meglio privilegiare la natura, il corso della vita con le sue disgrazie, le sue perdite o intervenire artificialmente con macchine che forniscono idratazione ad un corpo biologicamente finito? 

Ma poi non è un po’ strano pensare di poter garantire la sussistenza di una persona quando essa senza l’intervento di agenti esterni che non riguardano il normale ciclo di respirazione organica presente in ciascuno di noi, sarebbero “morti”?

La vita è unica perchè viene da ciascuno di noi e verso ciascuno di noi che essa deve fare capolino. Noi siamo la sorgente di noi stessi, non deriviamo da fonti alternative. Quando cessiamo di rifornire il nostro io, l’involucro di carne, di quelle parti necessarie per mantenersi in contatto con il mondo finiamo di vivere.

Poi, la morte naturale di un individuo non è dovuta al mancato funzionamento di funzioni fisiologiche? Il soffio vitale, l’anima, come gli stessi fedeli ammetteranno,  persiste anche dopo l’esistenza terrena. Perchè allora costringerla a rimanere ingabbiata in uno pseudo-contenitore di carne ormai putrefatto dalle anomalie del sistema cardiocircolatorio, incapace persino di rendere soddisfabili i bisogni primari?

E’ un tema troppo difficile per cui non sono sicuro di non aver detto delle inesattezze o aver trapelato incoerenza nei mie ragionamenti.

Fonte: La Stampa,  Mercoledì 16 Luglio 2008 

Immagine n°1: Eluana Englaro da www.zadig.it

Immagine n°2: Angelo Bagnasco da it.wikipedia.org

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

Aug 28 2008

Nessuno accusi la storia!

Calcio Lorenzo @ 00:12

Una grande massa a rappresentare la storiaAvete mai desiderato, voi tifosi del Siena, voi fan dell’Atalanta, voi supporters del Parma, più che simpatizzanti di Reggina, Messina, Palermo, Empoli, Pescara, fedeli sostenitori di Genoa e Torino, vedere la propria squadra del cuore, quella a cui donate tutta la vostra passione senza chiedere in cambio altro che onore, poter vincere lo scudetto o la Champions League.

Avete mai pensato che il conto con chi amate dovrebbe essere rinsaldato o almeno fatto carico di possibilità più bellicose che un posto in Uefa o la permanenza nella massima categoria?

Chiudendo gli occhi e riflettendo un minuto (ne bastano anche meno) arriverete a dire di sì, poi a cominciare a infangare i grandi club e la loro politica da “mangiatutto”, caterpiller del mercato.

Ma vi siete chiesti come mai negli Stati Uniti, prendiamo il basket, questa continua tripartizione su modello italiano, bipartizione su quello spagnolo (solo quello inglese regala qualche incertezza con l’asso Chelsea calato da Abramovich) sembra non esistere?

La lampante evidenza che a vincere non sono sempre i blasonatissimi Celtics, o i Los Angeles Lakers, da tralasciare quest’anno, ci sono una serie di squadre non molto distanti tra cui i Chicago Bulls.  Chi non si ricorda i successi più recenti ottenuti con il migliore giocatore di tutti i tempi, Micheal Jordan con largo consenso da far gridare all’unanimità.

Esiste un sistema diverso, anche là sono presenti i quattrini, in quantitativi maggiori rispetto alla nostra tanto deprecata italia calcistica. Tra contratti per le prestazioni atletiche ( il più pagato Kobe Bryant arriva a 33 milioni di dollari) e pubblicità, in una Nazione che punta molto sull’immagine, si arriva a raggiungere i 100 milioni di dollari. 

Ma quel che fa specie è la presenza dei draft, un sistema di scelta che regola la selezione di giocatori non professionisti provenienti da campionati universitari o professionisti da leghe straniere. Ci sono delle priorità, la squadra che ha ottenuto il peggior piazzamento nel campionato appena trascorso ha il diritto di effettuare la prima scelta, cogliendo la ghiottosissima opportunità di portarsi a casa il maggiro talento in circolazione. La logica di prendere il miglior protagonista nelle stagioni NCAA non paga sempre, però è un idea interessante per mescolare i valori e rialzare una bilancia troppo inclinata da una sponda.

Oltre a questo c’è un elemento fondamentale che scaturisce direttamente a monte, nelle cime di una mentalità yankee che non ammette subordinazioni alla storia, ubbidienza alle sue tradizioni come legge piovuta dal cielo. “La storia siamo noi”, “People has the power of the future” si sente esclamare ad ogni inizio di trasmissione della CNN, uno dei tg più seguiti del globo terracqueo. Si respira pervicacemente una visione antropocentrica del mondo, della fiducia nelle potenzialità umane in ogni campo, non escludendo quello sportivo. Si difetta nella presa di posizione di un limite, ed è anche questo uno dei segreti del loro successo.

Se Michael Jordan non avesse avuto il carattere e la determinazione per soddisfare la sua voglia di emergere a quest’ora potrebbe fare lo stesso mestiere del padre, dato che gli studi non li ha terminati. Comunque non si può tralasciare la sua altezza, aumentata di ben dieci centimetri nel giro di un anno non per il frutto di un allungamento chirurgico, ma per il buon viatico aperto da una natura altresì generosa.

Invece, Ronaldihno non si accontenta di andare via dal Barcellona con il campionato spagnolo, una Champions League, un titolo di Campione del mondo per club, conquistati a pieno merito per carità, per cacciarsi in un’avventura più difficile, un percorso con ostacoli più ostici, da prova vera per un campione vero. A tutto questo, al Manchester City che offre un ingaggio più alto e molti più danari lui dice no.

L’Italia è la sua meta, la maglia a strisce rossonere il suo nuovo regalo, il plurititolato e affermato club di via Turati lo scagiona da ongi velleità suicide in una squadretta che ha vinto solo due campionati inglesi nella sua storia e una Coppa delle Coppe in ambito estero.

Come chiedere: “Cos’ha vinto quella squadra?”. “Be’ è il club più titolato al mondo, non c’è male…”

Storia, agli ordini! Non si discute, le probabilità di vincere trofei importanti sono altissime, non si sprecano occasioni del genere, preziosissime. Al diavolo la sfida, il misurarsi con una relatà che vuole emergere. Con questo non voglio criticare una scelta legittima e logica di una qualunque persona che arguisce una certa furbizia.

Non è forse il caso di mettere dei paletti, delle misure costrittive che limitano le possibilità di scegliere secondo privilegi di selezione. Prima di arrivare a questo deve giungere alla gente il pensiero che noi siamo gli artefici dle nostro futuro, noi abbiamo fatto la storia, noi possiamo oscurarla e farla cambiare di contenuti…

 

Fonte : Interlinearadiofralerighe.blogspot.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aug 28 2008

Cose di questo mondo

Documentario Lorenzo @ 16:09

Locandina del documentarioProduzione: Gran Bretagna

Anno: 2002

Regia: Michael Winterbottom

Interpreti principali: Jamal Udin Torabi, Enayatullah

Genere : Documentario

Durata: 90 minuti

Campo profughi di Samshatoo, anno 2002, nella città di frontiera di Peshwar (Pakistan) è il luogo da dove parte l’avventura di Jamal, costretto a lavorare nella fabbrica di mattoni per meno di un dollaro al giorno. La sua razione quotidiana è caratterizzata da 408 g di farina di grano, 25 g di olio vegetale, 60 g di legumi. La sua condizione di “fuga” non sembra avere un termine dato che dopo aver ascoltato gli intenti ambiziosi di suo cugino è deciso a partire alla volta dell’Europa. La famiglia del suo niovo compagno di viaggio è stata la promotrice assillante della partenza del figlio verso una nuova vita, o almeno nel tentativo speranzoso di trovarla al varco.

E’ inquietante la nefandezza umana che si mette in scena durante il lunghissimo tragitto compiuto dai due, è nauseante la sensazione effettiva di sentirsi preda di un giogo più grande di loro, fatto di speculazioni anche su ciò che essite di più prezioso: la vita umana.

Dopo un cauto rifornimento di banconota verde in saccoccia, bisogna affrontare il primo ostacolo interposto al loro cammino, superare il confine con l’Afghanistan. La prima parte del viaggio è un occasione purtroppo unica per constatare la desolante miseria dei luoghi di quell’Oriente che è stato la culla della civiltà in tempi antichi. Come se tutto lo splendore del suo passato fosse rimasto nient’altro che una patina consunta dallo scorrere degli anni e di cui il vivo ricordo è sbiadito.

Qi la vita si costruisce giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo, ogni attimo è l’occasione per presentare la propria riconoscenza alla Dea bendata per lo scampato pericolo della morte, sempre in agguato.

Non mancano le occasioni di festa, nei momenti in cui si è interiorizzata la condanna amara del destino si cuce un pallone con piccoli pezzi di stoffa trovati qua e là. Quello di raccontare barzellette legate alla cultura locale è un altro dei passatempi preferiti, tanto che Jamal non ne disdegna l’utilizzo per stemperare la tensione nei momenti più critici.

In Iran la loro corsa sembra debba già arrestarsi, quando vengono sorpresi senza passaporto e identificati come profughi afgani.  Ma la loro tenacia e voglia di riscatto non concede limiti alla loro sopportazione e ripartoni più convinti di prima nel raggiungere una nuova terra promessa.

Una dimostrazione di questa determinazione è il fatto d’aver superato le montagne che fanno da confine con la Turchia. Da quel luogo li avrebbe attesi un’ardua sfida, passare il Mediterraneo a bordo di una stiva, con la quale sarebbero giunti in Italia. In questo passaggio via mare il più grande non arriva a destinazione. Rimangono tutta la notte a bordo fino al mattino presto dove vengono scoperti da due manovali sul posto che hanno aperto il carico. 

Per tutta la pellicola il regista Winterbottom ha utilizzato una videocamera digitale senza luce artificiale che ricorda la produzione del cinema diretto, per le cui riprese non serviva portarsi dietro un vero e proprio laboratorio di registrazione.

I paesaggi freddi nelle catene montuose dell’Iran e della Turchia, i deserti dell’afghanistan con i suoi tramonti di luce, l’area portuale di Triestre da cui si può sbirciare l’Adriatico, il grande tunnel della Manica attraversato con l’ausilio di un clandestino benvenuto a bordo di un camionista. Il mondo visto dalle ruote di un autocarro di diverse tonnellate non è più lo stesso, esattamente come quello che lo sta per attendere varcato il confine inglese.

La porta verso una nuova vita si apre per un breve periodo di sei mesi, dopo i quali si richiude sulle speranze di Jamal. Senza un permesso regolare viene riportato a casa. Sulla ruota della fortuna ha di nuovo perso tutto…

Fonte immagine: www.mymovies.it

 

 

 

 

 

 

Aug 28 2008

Il popolo migratore

Documentario Lorenzo @ 13:27

Locandina del documentarioProduzione: Francia, Italia, Germania, Spagna, Svizzera.

Anno: 2002

Regia: Jacques Perrin

Genere: Documentario

Durata: 94 minuti

Quando ho cercato per la prima volta informazioni riguardo la trama e il giudizio della critica di questa pellicola, mi ricordo d’aver letto pareri estremamente positivi ed elogiativi, tanto da convincermi a vederlo.

In cuor mio non ho creduto che tutta la meraviglia espressa a parole potesse essere ricambiata altrettanto dalle immagini. Ma mi sbagliavo! 

Se prima, le parole del re del cinema britannico John Grierson riferite alla potenza espressiva delle immagini, in grado di scardinare lo stomaco dello spettatore oltre al suo intelletto mi destavano più di un semplice dubbio, ora le ho fatte mie.

La scintilla che ha fatto scoccare in me questa irrefrenabile passione per l’estetica tout court è nata da un’incredible avventura a fianco del numerosissimo popolo migratore del nostro pianeta.

Ogni specie percorre distanze differenti, la quali si aggirano sul migliaio di chilometri, senza sosta, determinati a raggiungere la loro destinazione. Tra i membri, alcuni vi riescono, altri si disperdono lungo il cammino lasciando il proprio destino nelle mani delle terre che si trovano sotto le loro ali. Una pozza melmosa d’un industria del Nord, una piccola ala spezzata possono contribuire alla morte, soprattutto se ci troviamo nel deserto vicino ad un gruppo di granchi affamati.

La primavera è il momento propizio per partire all’inseguimento della sopravvivenza, come accade nell’emisfero Boreale, in direzione delle estreme terre artiche. In quel luogo incomtaminato dalla presenza dell’uomo, nugoli di volatili riempiono di tanti puntini variopinti e colorati il magnifico quadro del Nord del mondo.

Inquadrature mozzafiato accompagnano le traversate di questi alati, di profilo, dall’alto, dal basso, si vedono sfrecciare gli alberi, colorare le terre, rumoreggiare il vento.

L’obiettivo delle loro fatiche è promuovere la continuità della vita, dare seguito al ciclo delle nascite, nell’impegno a mantenere la specie. 

C’è spazio per farsi cullare dal vento, ma poi bisogna ritornare al proprio dovere, quello di accudire, nutrire, istruire i propri piccoli. Dopo il viaggio d’andata lo stormo ha tempo una breve estate prima che l’inverno ed il gelo prendano nuovamente il sopravvento, per poter insegnare ai loro figli l’arte del volo.

Tentativi maldestri, mancata aerodinamica, planaggi non completi, per i giovani risulta un problema la seconda traversata, la più diffile dell’anno, senza un minimo di esperienza e conoscenza delle rotte che devono intraprendere.

La migrazione autunnale ha una regola d’oro da rispettare doverosamente se non si vuole fare una brutta fine: in quel periodo sono facili gli acquazzoni, come le fitte nevicate e possono risultare un disturbo imponente allo sforzo in volo.

Un affresco delicato sull’intero mondo naturale, quello lontano dalla realtà fittizia dei palazzi, delle costruzioni in cemento, delle vie, delle rumorose e inquinanti industrie emettitrici di malodorose nuvole nerastre.

Le uniche che si possono ammirare in queste terre vergini sono quelle dei cieli o quelle simili a scie bianche lasiate dai volatili quando sfiorano la superficie delle acque marine prima del ristoro. Un’aosi di laghi o fiumi è sempre un toccasana prima di ripartire per un estenuante viaggio verso l’infinito…  

Fonte: immagine tratta da Mymovies

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aug 28 2008

L’uomo di Aran

Documentario Lorenzo @ 10:52

Locandina del filmProduzione: Gran Bretagna

Anno: 1934

Regista: Robert Flaherty

Intepreti principali: Colman King, Maggie Dirane

Genere: Documentario

Durata: 75 minuti

 

 

Gruppi di tre isolette sperdute nel pacifico nella Repubblica d’Irlanda. Di là, a pochi chilometri, una delle più rigogliose società occidentali nel micro continente del Regno Unito. Ma qui gli abitanti non superano il migliaio (la più grande arriva a 831). Terra inospitale tenuta in piedi da immensi lastroni di calcare sopra il livello del mare, i quali forniscono la superficie dove gli uomini battono i piedi in cerca di qualcosa per sopravvivere.

Non c’è modo migliore di iniziare la visione di questo capolavoro del padre del documentario con un bel cartello (scritta bianca su sfondo nero) che introduce a chiare lettere l’impervietà dei luoghi narrati e la forza dirompente del mare a picco sulle coste di queste piccole aree galleggianti.

Proprio per l’elemento acqua influenzato dai climi torrenziali dell’inverno sono facili in quella fascia dell’anno periodi di magra ed è altrettanto indispensabile ottenere una scorta di riforniture di prima necessità per arrivare indenni alla primavera.

Una caratteristica geologica impressa nella storia passata è la presenza di Warmhole (letteralmente buchi di verme), ovvero scogliere ripide sul mare composte da insenature dalla forma e profondità simle a una grotta.

E’ su quest’opera naturale grandiosa, modellata nel corso dei secoli dall’azione erosiva dell’Atlantico, si svolge una delle sequenze più incredibile e affascinante. Il bambino che pesca nelle acque fredde non attraverso una normale canna da pesca, ma bensì aiutato da una lunghissima corda al cui termine è legato l’amo fatto di rocce calcaree unite ad alimenti.

Da questi gesti quotidiani arriva , un giorno, una sorpresa. Tra le acque sottostanti improvvisamente si aggira un’enorme preda, un vero e proprio “mostro” dei mari. Il cartello ci aiuta a capire che si tratta dello squalo elefante, la più grande specie marina che popola l’Atlantico e forse anche il mondo intero (a quell’epoca non c’erano la quantità di tecnologie e risorse per compiere ricerce importanti sulle razze che popolavano le acque).

Dopo una prima fase di terrore mista a curiosità, il bambino corre in fretta e furia ad avvisare gli atri abitanti della succulenta preda. Non hanno mai avuto la possibilità di avere una scorta di cibo così imponente.

Il momento della caccia, con i tre uomini più adulti che salgono sull’imbarcazione e si dirigono con arpioni nei dintorni dell’animale è la più ricca di tensione e paura. In queste scene Flaherty effettua una manipolazione del filmografico (intervento sulla macchina da presa durante le riprese) adottanto un montaggio alternato fatto di continui cambi d’inquadratura in perfetto stile griffithiano.

Questa strategia, come ha dimostrato il padre di questa invenzione, è molto efficace nel creare la suspence, e ancor di più la curiosità di capire quale sarà l’epilogo dell’azione che stiamo osservando.  

Una volta catturato, dal fegato dell’animale verrà ricavato anche l’olio. 

Altro elemento interessante è la presenza sia nelle fasi iniziali che in quelle finali della natura nel suo aspetto più dirompente, nella sua forza intrinseca. Le acque mosse dell’oceano sbattono  violentemente contro le coste alzando scie di vapore oltre le scogliere. 

Un cerchio che si chiude, una fase ciclica del tutto simile a quella che regola gli equilibri tra gli elementi naturali. Come se  l’irruzione non desiderata dell’uomo nel fragile ecosistema (vedi cattura dello squalo elefante) avesse provocato una reazione maggiore se non eguale e contraria di quest’ultimi.

La pellicola, quindi, si chiude come ha incominciato. Lotta, speranza illusoria nel mezzo, di nuovo lotta disperata per la sopravvivenza.

Fonte: immagine tratta da Mymovies

 

 

 

 

 

 

 

Aug 28 2008

L’incredibile Hulk

Cinema Lorenzo @ 00:46

Locandina del filmProduzione: USA

Anno: 2008

Regista: Louis Leterrier

Interpreti: Edward Norton, Liv Tyler, Tim Roth, Tim Blake Nelson, Ty Burrell, William Hurt

Genere: Azione

Durata: 114 minuti

 

 

Catapecchie cascanti e fatiscenti accatastate e strette in un angolo di terra che si inarca su cime verdeggianti, così vicine che i nostri piedi possono saltare da una proprietà all’altra senza alcuno sforzo e portare via tutto il necessario (o almeno quello che si riesce a cavare dal “nulla”). E’ l’ambiente povero e malsano di Rio de Jainero la nuova tappa del professor Bruce Banner, sempre alla continua ricerca dell’antidoto per distruggere il suo mostro verde.

La situazione sembra a lui favorevole, sono cinquantotto giorni che non accusa le solite crisi nervose e nel frattempo si guadagna da vivere lavorando in una fabbrica di bevande energetiche. L’illusione di poter chiudere definitivamente con l’incubo di tornare belva gli arriva da una pianta, ma come nelle storie che si rispettano essa non ha alcun effetto.

Disperato riesce ad aggrapparsi ad un’altra possibilità di salvezza tramite un professore della West coast (nick name Mr. Blue) con il quale si tiene in contatto via rete. Quest’ultimo gli propone il suo aiuto a patto di ricevere tutti i suoi dati preziosi, riguardo la composizione cellulare ed altri indicatori fisico-biologici. Il piano per la fuga è pronto. 

 Intanto, il generale Ross assolda tra le sue file di soldati il plurimedagliato ed onorato Emil Blonsky, uno dei migliori sulla piazza, reduce dall’esperienza con le forze militari russe. Il suo intento è quello di catturare Banner e di ottenere il possesso della sua personalità “deviata”, avere quel Dna che gli consente di creare tanti cloni dalla forza sovrumana e devastante.

Manda la sua squadra di specialisti a catturare il professore nell’affolata Rio, anticipando le mosse d’evasione di Bruce, costretto a trasformarsi, dopo lunga degenza, nella sua angoscia più imponente.

Una volta tornato negli Stati Uniti trova alloggio e riparo presso un suo vecchio conoscente che lavora in un breckfast. Per coincidenze più forti della logica incontra la figlia del generale di cui è ancora perdutamente innamorato e da lei perviene al possesso dei suoi importantissimi elementi d’analisi utili per conseguire un’altra possibile guarigione.

Tenuto nuovamente sotto’occhio dal singor Ross e suoi sottoposti viene braccato una seconda volta all’interno del campus della Curvell University da un plotone più armato e più preparato strategicamente. Ma la forza irrestibile di Hulk supera anche le barriere della ragione, della logica più alta che è insita in ognuno di noi. Quando subentra una rabbia da migliaia di newton di potenza anche la più lucida delle menti rimane offuscata.

Un’altra coraggiosa speranza riposta nelle cure di Mr. Blue, muta in breve tempo in un  pauroso e devastante pericolo da quando Emil Blonsky diventa cavia per un nuovo esperimento di potenziamento umano per generare un nemico più degno dell’Incredibile e altrettanto forte.

Dal lavoro di Mr.Blue, mescolato alle precedenti iniezioni sierotiche realizzate dal laboratorio del dipartimento militare, nasce il nausenate abominio. Lo scontro tra i due è micidiale e scatena la suspence per tutta la durata finale della pellicola. Alla fine vince chi sapete, ma la partita è ancora aperta visto che l’illustre Ross gioca un’altra sua carta. Richiama Starck facendo stroppicciare gli occhi e battere il cuore all’impazzata per l’idea di una commistione di super-eroi e di super-poteri. Tanto vale ripescare un Robert Downey Junior reduce dal successo al botteghino con il suo Iron Man.   Da non dimenticare lo spazio per un cameo di Lou Ferrigno, celebre protagonista della serie tv, nel ruolo di un agente.

Edward Norton è al suo primo ruolo da protagonista in un film di cassetta, un blockbuster con la tipica marca hollywoodiana, ma ha saputo inquadrare il significato di un personaggio così “gigantesco”:

“Hulk non è soltanto quella cosa verde fuori misura nata dai fumetti. Non è nemmeno solo vernice o kitsheria anni Settanta. Hulk è tutta la rabbia che abbiamo dentro, una montagna di rabbia”. Metafora per rappresentare l’uomo e il turbinio di emozioni che lo sconvolgono, lo fanno agire in un certo modo. In questo nube di forze che spingono e tirano occorre mantenere il controllo e saldare un proprio equilibrio. 

E’inevitabile non metterci un po’ di psicologia individuale in questo secondo episodio della serie. Molti storceranno il naso al non utilizzo della concezione più introspettiva del personaggio regalata da Ang Lee e troveranno molte più difficoltà ad immedesimarsi in una figura che cerca di cancellare la sua rabbia anzichè controllarla. Come dire, se qualcosa ti angoscia non c’è niente di meglio di una seduta dalo psichiatra. Ma non è meglio essere i medici di se stessi?

Fonte: immagini tratte da Mymovies

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aug 28 2008

E venne il giorno

Cinema Lorenzo @ 07:53

La locandina del film Produzione: USA

 Anno: 2008

 Regista: M.N.Shyamalan

 Intepreti principali: Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John  Leguizamo, Betty Buckley, Frank Collison, Ashlyn Sanchez, Spencer  Breslin, Robert Bailey Jr

 Genere: Fantascienza

 Durata: 91 min

 

 

Che cosa pensereste se all’improvviso un vostro amico/a fosse preso da strani moti neurali che gli mandano in pappa il cervello e lo spingono al suicidio per liberarsi dal suo stato di patologica confusione?

 E se durante il vostro consueto tragitto verso il posto di lavoro trovereste uomini e donne dirette verso il primo vigile urbano del quartiere per estrarre la pistola dalla fondina e puntarla alla tempia prima di un definitivo colpo mortale?

Stando a queste premesse potreste pensare di essere all’interno di un videogioco, uno di quei action-game dove il protagonista è alla caccia di indizi per scovare il colpevole dqll’emissione di una pericolosa tossina nell’aria.

Ma alla fine dovrete ricredervi, perchè tutto quello che dico è opera di una finzione illuminata da uno dei più apprezzati registi hollywoodiani d’oggi. M.N.Shymalan non is nasconde dietro le sue chiare intenzioni. Il suo obiettivo è quello di mettere a soqquadro la tranquillità dello spettatore, di destabilizzare la sua coscienza tirando fuori le paure più terribili.

Per farlo perchè non metterci dentro l’illusione che questa strana epidemia autodistruttiva sia prodotta da un’attacco terroristico? Giusto in tema di sicurezza in un periodo caldo per lo sconvolgimento degli assetti geo-politici, prima ancora che economici, troviamo come filo rosso nascosto nel plot una propaganda filoamericana intenta a cogliere il nuovo nemico da sottomettere in un’altra sanguinosa guerra.

Poi ci sono gli aspetti della natura, ma la viva apprensione di un assalto eversivo è sempre dietro l’angolo.

A campanello d’allarme lanciato, lo spettatore si catapulta in questa serie di insoliti suicidi, davvero unici e spettacolari per la loro imprevedibilità e per i modi in cui accadono.

Chi si pianta il ferma capelli nel collo, chi si schianta con la propria auto in mezzo ad un albero, chi riesce a trovare un po’ di quella lucidità necessaria per far partire un tagliaerbe ed infilarcisi sotto le sue pale.

In questa pestilenza che coinvolge il nord-est degli Stati Uniti (chissà perchè avranno scelto proprio quella zona) un professore con la sua famiglia è implicato in una straordinaria fuga verso l’gnoto. Si dirigono verso ovest, a tappe intermedie s’imbattono faccia a faccia con la potente tossina trascinata dal vento e prodotta dalle piante vegetali. Come il tabacco che per difendersi dall’attacco dei bruchi emana una sostanza in grado di richiamare sciami di api ghiotte di tali insetti, così l’intero pianeta naturale sentendosi minacciato dalla poca responsabilità ecologica dell’uomo libra nell’aere essenze con la capacità di creare disorientamento e confusione, rischio altissimo per la salute dell’animale più intelligente del globo terracqueo. 

La natura più forte dell’uomo, che tra gas, inquinamento, effetto serra, riscaldamento globale, sta per essere messa in ginocchio non senza preparare prima un controattacco terribile e devastante. 

Sono questi i cattivi presentimenti verso il nuovo nemico invisibile, l’attesa spasmodica insinuata nelle viscere degli spettatori di tutto il mondo per una nuova catastrofe, di proporzioni bibliche.

E’ questo che più di tutto mi ha dato il terrore nel vedere questo film, non dimenticando le famose scene nella campagna isolata (da sempre icona dell’incubo americano) dove una vecchia irrigidita da anni di solitudine e di idiosincrasia verso il mondo sembra dare di matta ancor prima che la tossina venga a prenderla. La bambola distesa sul letto, le imprecazioni a bassa voce del professore, un piccolo richiamo a “La bambola assassina” i cui occhi finti danno la sensazione di potersi muovere da un momento all’altro, le ural della vecchia convinta che la possano uccidere nel sonno, sono il contorno horror di questa pellicola fantascientifica.

Non lascia spazio alla lietezza Shyamalan, ma contribuisce a distruggere le speranze alimentate nel corso del finale quando il professore e la sua compagna sembrano siano sfuggiti al contagio. Da un’altra parte del mondo, in Francia, si stanno consumando le stesse atrici morti, sempre da una zona verde…

Fonte: immagini tratte da Mymovies