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Aug 28 2008

Cose di questo mondo

Documentario Lorenzo @ 16:09

Locandina del documentarioProduzione: Gran Bretagna

Anno: 2002

Regia: Michael Winterbottom

Interpreti principali: Jamal Udin Torabi, Enayatullah

Genere : Documentario

Durata: 90 minuti

Campo profughi di Samshatoo, anno 2002, nella città di frontiera di Peshwar (Pakistan) è il luogo da dove parte l’avventura di Jamal, costretto a lavorare nella fabbrica di mattoni per meno di un dollaro al giorno. La sua razione quotidiana è caratterizzata da 408 g di farina di grano, 25 g di olio vegetale, 60 g di legumi. La sua condizione di “fuga” non sembra avere un termine dato che dopo aver ascoltato gli intenti ambiziosi di suo cugino è deciso a partire alla volta dell’Europa. La famiglia del suo niovo compagno di viaggio è stata la promotrice assillante della partenza del figlio verso una nuova vita, o almeno nel tentativo speranzoso di trovarla al varco.

E’ inquietante la nefandezza umana che si mette in scena durante il lunghissimo tragitto compiuto dai due, è nauseante la sensazione effettiva di sentirsi preda di un giogo più grande di loro, fatto di speculazioni anche su ciò che essite di più prezioso: la vita umana.

Dopo un cauto rifornimento di banconota verde in saccoccia, bisogna affrontare il primo ostacolo interposto al loro cammino, superare il confine con l’Afghanistan. La prima parte del viaggio è un occasione purtroppo unica per constatare la desolante miseria dei luoghi di quell’Oriente che è stato la culla della civiltà in tempi antichi. Come se tutto lo splendore del suo passato fosse rimasto nient’altro che una patina consunta dallo scorrere degli anni e di cui il vivo ricordo è sbiadito.

Qi la vita si costruisce giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo, ogni attimo è l’occasione per presentare la propria riconoscenza alla Dea bendata per lo scampato pericolo della morte, sempre in agguato.

Non mancano le occasioni di festa, nei momenti in cui si è interiorizzata la condanna amara del destino si cuce un pallone con piccoli pezzi di stoffa trovati qua e là. Quello di raccontare barzellette legate alla cultura locale è un altro dei passatempi preferiti, tanto che Jamal non ne disdegna l’utilizzo per stemperare la tensione nei momenti più critici.

In Iran la loro corsa sembra debba già arrestarsi, quando vengono sorpresi senza passaporto e identificati come profughi afgani.  Ma la loro tenacia e voglia di riscatto non concede limiti alla loro sopportazione e ripartoni più convinti di prima nel raggiungere una nuova terra promessa.

Una dimostrazione di questa determinazione è il fatto d’aver superato le montagne che fanno da confine con la Turchia. Da quel luogo li avrebbe attesi un’ardua sfida, passare il Mediterraneo a bordo di una stiva, con la quale sarebbero giunti in Italia. In questo passaggio via mare il più grande non arriva a destinazione. Rimangono tutta la notte a bordo fino al mattino presto dove vengono scoperti da due manovali sul posto che hanno aperto il carico. 

Per tutta la pellicola il regista Winterbottom ha utilizzato una videocamera digitale senza luce artificiale che ricorda la produzione del cinema diretto, per le cui riprese non serviva portarsi dietro un vero e proprio laboratorio di registrazione.

I paesaggi freddi nelle catene montuose dell’Iran e della Turchia, i deserti dell’afghanistan con i suoi tramonti di luce, l’area portuale di Triestre da cui si può sbirciare l’Adriatico, il grande tunnel della Manica attraversato con l’ausilio di un clandestino benvenuto a bordo di un camionista. Il mondo visto dalle ruote di un autocarro di diverse tonnellate non è più lo stesso, esattamente come quello che lo sta per attendere varcato il confine inglese.

La porta verso una nuova vita si apre per un breve periodo di sei mesi, dopo i quali si richiude sulle speranze di Jamal. Senza un permesso regolare viene riportato a casa. Sulla ruota della fortuna ha di nuovo perso tutto…

Fonte immagine: www.mymovies.it

 

 

 

 

 

 

Aug 28 2008

Il popolo migratore

Documentario Lorenzo @ 13:27

Locandina del documentarioProduzione: Francia, Italia, Germania, Spagna, Svizzera.

Anno: 2002

Regia: Jacques Perrin

Genere: Documentario

Durata: 94 minuti

Quando ho cercato per la prima volta informazioni riguardo la trama e il giudizio della critica di questa pellicola, mi ricordo d’aver letto pareri estremamente positivi ed elogiativi, tanto da convincermi a vederlo.

In cuor mio non ho creduto che tutta la meraviglia espressa a parole potesse essere ricambiata altrettanto dalle immagini. Ma mi sbagliavo! 

Se prima, le parole del re del cinema britannico John Grierson riferite alla potenza espressiva delle immagini, in grado di scardinare lo stomaco dello spettatore oltre al suo intelletto mi destavano più di un semplice dubbio, ora le ho fatte mie.

La scintilla che ha fatto scoccare in me questa irrefrenabile passione per l’estetica tout court è nata da un’incredible avventura a fianco del numerosissimo popolo migratore del nostro pianeta.

Ogni specie percorre distanze differenti, la quali si aggirano sul migliaio di chilometri, senza sosta, determinati a raggiungere la loro destinazione. Tra i membri, alcuni vi riescono, altri si disperdono lungo il cammino lasciando il proprio destino nelle mani delle terre che si trovano sotto le loro ali. Una pozza melmosa d’un industria del Nord, una piccola ala spezzata possono contribuire alla morte, soprattutto se ci troviamo nel deserto vicino ad un gruppo di granchi affamati.

La primavera è il momento propizio per partire all’inseguimento della sopravvivenza, come accade nell’emisfero Boreale, in direzione delle estreme terre artiche. In quel luogo incomtaminato dalla presenza dell’uomo, nugoli di volatili riempiono di tanti puntini variopinti e colorati il magnifico quadro del Nord del mondo.

Inquadrature mozzafiato accompagnano le traversate di questi alati, di profilo, dall’alto, dal basso, si vedono sfrecciare gli alberi, colorare le terre, rumoreggiare il vento.

L’obiettivo delle loro fatiche è promuovere la continuità della vita, dare seguito al ciclo delle nascite, nell’impegno a mantenere la specie. 

C’è spazio per farsi cullare dal vento, ma poi bisogna ritornare al proprio dovere, quello di accudire, nutrire, istruire i propri piccoli. Dopo il viaggio d’andata lo stormo ha tempo una breve estate prima che l’inverno ed il gelo prendano nuovamente il sopravvento, per poter insegnare ai loro figli l’arte del volo.

Tentativi maldestri, mancata aerodinamica, planaggi non completi, per i giovani risulta un problema la seconda traversata, la più diffile dell’anno, senza un minimo di esperienza e conoscenza delle rotte che devono intraprendere.

La migrazione autunnale ha una regola d’oro da rispettare doverosamente se non si vuole fare una brutta fine: in quel periodo sono facili gli acquazzoni, come le fitte nevicate e possono risultare un disturbo imponente allo sforzo in volo.

Un affresco delicato sull’intero mondo naturale, quello lontano dalla realtà fittizia dei palazzi, delle costruzioni in cemento, delle vie, delle rumorose e inquinanti industrie emettitrici di malodorose nuvole nerastre.

Le uniche che si possono ammirare in queste terre vergini sono quelle dei cieli o quelle simili a scie bianche lasiate dai volatili quando sfiorano la superficie delle acque marine prima del ristoro. Un’aosi di laghi o fiumi è sempre un toccasana prima di ripartire per un estenuante viaggio verso l’infinito…  

Fonte: immagine tratta da Mymovies

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aug 28 2008

L’uomo di Aran

Documentario Lorenzo @ 10:52

Locandina del filmProduzione: Gran Bretagna

Anno: 1934

Regista: Robert Flaherty

Intepreti principali: Colman King, Maggie Dirane

Genere: Documentario

Durata: 75 minuti

 

 

Gruppi di tre isolette sperdute nel pacifico nella Repubblica d’Irlanda. Di là, a pochi chilometri, una delle più rigogliose società occidentali nel micro continente del Regno Unito. Ma qui gli abitanti non superano il migliaio (la più grande arriva a 831). Terra inospitale tenuta in piedi da immensi lastroni di calcare sopra il livello del mare, i quali forniscono la superficie dove gli uomini battono i piedi in cerca di qualcosa per sopravvivere.

Non c’è modo migliore di iniziare la visione di questo capolavoro del padre del documentario con un bel cartello (scritta bianca su sfondo nero) che introduce a chiare lettere l’impervietà dei luoghi narrati e la forza dirompente del mare a picco sulle coste di queste piccole aree galleggianti.

Proprio per l’elemento acqua influenzato dai climi torrenziali dell’inverno sono facili in quella fascia dell’anno periodi di magra ed è altrettanto indispensabile ottenere una scorta di riforniture di prima necessità per arrivare indenni alla primavera.

Una caratteristica geologica impressa nella storia passata è la presenza di Warmhole (letteralmente buchi di verme), ovvero scogliere ripide sul mare composte da insenature dalla forma e profondità simle a una grotta.

E’ su quest’opera naturale grandiosa, modellata nel corso dei secoli dall’azione erosiva dell’Atlantico, si svolge una delle sequenze più incredibile e affascinante. Il bambino che pesca nelle acque fredde non attraverso una normale canna da pesca, ma bensì aiutato da una lunghissima corda al cui termine è legato l’amo fatto di rocce calcaree unite ad alimenti.

Da questi gesti quotidiani arriva , un giorno, una sorpresa. Tra le acque sottostanti improvvisamente si aggira un’enorme preda, un vero e proprio “mostro” dei mari. Il cartello ci aiuta a capire che si tratta dello squalo elefante, la più grande specie marina che popola l’Atlantico e forse anche il mondo intero (a quell’epoca non c’erano la quantità di tecnologie e risorse per compiere ricerce importanti sulle razze che popolavano le acque).

Dopo una prima fase di terrore mista a curiosità, il bambino corre in fretta e furia ad avvisare gli atri abitanti della succulenta preda. Non hanno mai avuto la possibilità di avere una scorta di cibo così imponente.

Il momento della caccia, con i tre uomini più adulti che salgono sull’imbarcazione e si dirigono con arpioni nei dintorni dell’animale è la più ricca di tensione e paura. In queste scene Flaherty effettua una manipolazione del filmografico (intervento sulla macchina da presa durante le riprese) adottanto un montaggio alternato fatto di continui cambi d’inquadratura in perfetto stile griffithiano.

Questa strategia, come ha dimostrato il padre di questa invenzione, è molto efficace nel creare la suspence, e ancor di più la curiosità di capire quale sarà l’epilogo dell’azione che stiamo osservando.  

Una volta catturato, dal fegato dell’animale verrà ricavato anche l’olio. 

Altro elemento interessante è la presenza sia nelle fasi iniziali che in quelle finali della natura nel suo aspetto più dirompente, nella sua forza intrinseca. Le acque mosse dell’oceano sbattono  violentemente contro le coste alzando scie di vapore oltre le scogliere. 

Un cerchio che si chiude, una fase ciclica del tutto simile a quella che regola gli equilibri tra gli elementi naturali. Come se  l’irruzione non desiderata dell’uomo nel fragile ecosistema (vedi cattura dello squalo elefante) avesse provocato una reazione maggiore se non eguale e contraria di quest’ultimi.

La pellicola, quindi, si chiude come ha incominciato. Lotta, speranza illusoria nel mezzo, di nuovo lotta disperata per la sopravvivenza.

Fonte: immagine tratta da Mymovies