Aug 28 2008
La neve se ne frega (Luciano Ligabue)
Il cuore creativo dell’artista di Correggio continua ancora a pulsare nonostante il fragile ed auspicabile declino della sua arte più raffinata, in un’opera letteraria (non la si esclude) davvero interessante.
Ci proiettiamo a distanza di cento anni, in un futuro non troppo lontano da quel che si può pensare, con una perdita di coscienza del passato recente, la realtà ai nostri occhi, davvero imbarazzante.
Tutto è sottoposto al piano Vidor, basato sulla fiducia incrollabile dei membri della società, il quale controlla le nascite, istruisce percorsi obbligatori per ognuno, determina il momento esatto in cui sarai sparato all’altro mondo.
E’ una sorta di “senso della vita” al contrario da quello cui noi siamo abituati, in cui le fasi più elettrizzanti, i piaceri più intensi, la parte più morbida e succosa della grande polpa dell’esistenza arriva più tardi. Non tutto e subito, ma meglio dare il tempo necessario ad ogni cittadino di comprendere il sacro valore della vita, di darsi alla spremitura più totale di quella linfa irripetibile che scorre nella fascia d’età tra i quattordici e i trent’anni.
Così, perchè non nascer “vecchi”, sputati fuori da una medesima bolla fattrice, in compagnia della donna/uomo della propria vita?
Perchè non provare da subito quella nauseante sensazione di dover convivere con un corpo dalle fattezze mollicce, cascanti, quasi sparito nella sua putrescenza, sempre più assorbito da ossa deboli e stanche?
La miglior fortuna è non dover aspettare a lungo prima di raggiungere l’età buona per cominciare a lavorare e sentire la vecchiaia darci le spalle.
In questa società tutti hanno un lavoro, lo sanno ancor prima di cominciare a svolgerlo, appena sono raccolti in fasce dalle levatrici, identificati secondo una sigla.
DiFo sa già che troverà spazio per la sua vena artistica dirigendo la sezione fotografica all’intenro della produzione filmica, così come ViPa soddisferà la sua energica passione per le piante, dedicandosi alla vigilanza dei parchi.
DiFo e ViPa (o Natura) una delle tante coppie che usufruisce dei diritti e si attiene ai doveri sanciti dal Modello, il miglior strumento per garantire, o meglio cercare di farlo, la felicità agli individui.
Per ciascun individuo è abbinato/a una partner, ma è anche dovere di essi compiere un numero stabilito di adulteri, con l’obiettivo di contruibuire all’equilibrio della coppia. Gli esperti del piano, archivato nella loro coscienza il disincanto per una vita vissuta senza eccessi o esperienze borderline, dannosi per il mantenimento del desiderio, hanno cancellato ogni possibile ricordo della concezione di famiglia, mamma, papà, figlio.
La popolazione mondiale si aggira sui trenta milioni, nè più nè meno, non tende ad aumentare ne a diminuire. Tutta lo loro vita è sottoposta al controllo di microcamere, versione modernizzata dell’occhio invisibile del Grande Fratello di memoria orwelliana, con sistemi di allarme in caso di emergenze sanitarie o di tipo giuridico.
I tassi di sucidio e di mortalità restano piuttosto bassi, aggirandosi intorno allo zero senza mai raggiungerlo effettivamente. Ma, l’indole umana resta sempre la stessa e la capicità di uscire dagli schemi anche. Capita che DiFo non resista alle provocazioni di un acerbo regista sessantenne sugli adulteri della sua compagna, un pugno di troppo e il provvedimento provvisorio scatta inesorabilmente.
Ma succede anche peggio, uno strano rigonfiamento dell’addome di Natura crea scompiglio e le immediate preoccupazioni del Consiglio di Sicurezza Distrettuale. Un evento mai conosciuto prima, o forse dimenticato tempo fa, insinua la fede verso una banalissima disfunzione ormonale la cui pronta soluzione risiede nell’intervento chirurgico di un detenuto dell’Opal.
Il quadro non torna, cinque anni dopo si ripresenta la “disfunzione”, ma stavolta non sono gli esperti a curarla…
Una narrazione che scorre sul filo della curiosità per un mondo partorito dalla fantasia del rocker di Correggio, tra domande, dubbi dei protagonisti, risposte degli esperti e paragoni non proprio infelici con la nostra “vita a senso unico”.
Una punteggiatura troppo marcata è la cifra stilistica dell’artista abtuato ai riff grezzi e pieni di carica energetica delle sue creature musicali, ricchi di sostanza e di poca forma.
Una distorsione delle melodie più pure che si ritrova nel fluire lento ed inpacciato di una grammatica in continua tosse, presa da sbalzi di umore, di pause improvvise. Periodi semplici, ridotti all’ossatura formale per non far vedere al lettore altro che la loro struttura semantica. Soggetti, verbi, complementi s’intrecciano dando vita ad un discorso il meno possibile complesso. E’ questo e basta, anche se non è d’accordo chi legge.
Stimolante l’idea, meno artistico il risultato.
Fonte: immagine tratta da LigaChannel
Un diario di bordo dove gli sguardi e le impressioni provate sul momento vengono appuntati con particolare precisione. L’India, come il pensiero degli occidentali vuole che sia, non è affatto ciò che si racconta e si dice nei documentari nostrani o almeno in parte.
Il secondo romanzo in ordine di uscita dello scrittore afgano adottato dagli Stati Uniti sfrutta la scia del precedente trionfo editoriale e non tarda a soddisfare il palato linguistico diventato sempre più raffinato dei suoi nuovi aficionados.