La neve se ne frega

by director at 25 Jul 2008 in Literature

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Book CoverIl cuore creativo dell’artista di Correggio continua ancora a pulsare nonostante il fragile ed auspicabile declino della sua arte più raffinata, in un’opera letteraria (non la si esclude) davvero interessante.

Ci proiettiamo a distanza di cento anni, in un futuro non troppo lontano da quel che si può pensare, con una perdita di coscienza del passato recente, la realtà ai nostri occhi, davvero imbarazzante.

Tutto è sottoposto al piano Vidor, basato sulla fiducia incrollabile dei membri della società, il quale controlla le nascite, istruisce percorsi obbligatori per ognuno, determina il momento esatto in cui sarai sparato all’altro mondo.

E’ una sorta di “senso della vita” al contrario da quello cui noi siamo abituati, in cui le fasi più elettrizzanti, i piaceri più intensi, la parte più morbida e succosa della grande polpa dell’esistenza arriva più tardi. Non tutto e subito, ma meglio dare il tempo necessario ad ogni cittadino di comprendere il sacro valore della vita, di darsi alla spremitura più totale di quella linfa irripetibile che scorre nella fascia d’età tra i quattordici e i trent’anni.

Così, perchè non nascer “vecchi”, sputati fuori da una medesima bolla fattrice, in compagnia della donna/uomo della propria vita?

Perchè non provare da subito quella nauseante sensazione di dover convivere con un corpo dalle fattezze mollicce, cascanti, quasi sparito nella sua putrescenza, sempre più assorbito da ossa deboli e stanche?

La miglior fortuna è non dover aspettare a lungo prima di raggiungere l’età buona per cominciare a lavorare e sentire la vecchiaia darci le spalle.

In questa società tutti hanno un lavoro, lo sanno ancor prima di cominciare a svolgerlo, appena sono raccolti in fasce dalle levatrici, identificati secondo una sigla.

DiFo sa già che troverà spazio per la sua vena artistica dirigendo la sezione fotografica all’intenro della produzione filmica, così come ViPa soddisferà la sua energica passione per le piante, dedicandosi alla vigilanza dei parchi.

DiFo e ViPa (o Natura) una delle tante coppie che usufruisce dei diritti e si attiene ai doveri sanciti dal Modello, il miglior strumento per garantire, o meglio cercare di farlo, la felicità agli individui.

Per ciascun individuo è abbinato/a una partner, ma è anche dovere di essi compiere un numero stabilito di adulteri, con l’obiettivo di contruibuire all’equilibrio della coppia. Gli esperti del piano, archivato nella loro coscienza il disincanto per una vita vissuta senza eccessi o esperienze borderline, dannosi per il mantenimento del desiderio, hanno cancellato ogni possibile ricordo della concezione di famiglia, mamma, papà, figlio.

La popolazione mondiale si aggira sui trenta milioni, nè più nè meno, non tende ad aumentare ne a diminuire. Tutta lo loro vita è sottoposta al controllo di microcamere, versione modernizzata dell’occhio invisibile del Grande Fratello di memoria orwelliana, con sistemi di allarme in caso di emergenze sanitarie o di tipo giuridico.

I tassi di sucidio e di mortalità restano piuttosto bassi, aggirandosi intorno allo zero senza mai raggiungerlo effettivamente. Ma, l’indole umana resta sempre la stessa e la capicità di uscire dagli schemi anche. Capita che DiFo non resista alle provocazioni di un acerbo regista sessantenne sugli adulteri della sua compagna, un pugno di troppo e il provvedimento provvisorio scatta inesorabilmente.

Ma succede anche peggio, uno strano rigonfiamento dell’addome di Natura crea scompiglio e le immediate preoccupazioni del Consiglio di Sicurezza Distrettuale. Un evento mai conosciuto prima, o forse dimenticato tempo fa, insinua la fede verso una banalissima disfunzione ormonale la cui pronta soluzione risiede nell’intervento chirurgico di un detenuto dell’Opal.

Il quadro non torna, cinque anni dopo si ripresenta la “disfunzione”, ma stavolta non sono gli esperti a curarla…

Una narrazione che scorre sul filo della curiosità per un mondo partorito dalla fantasia del rocker di Correggio, tra domande, dubbi dei protagonisti, risposte degli esperti e paragoni non proprio infelici con la nostra “vita a senso unico”.

Una punteggiatura troppo marcata è la cifra stilistica dell’artista abtuato ai riff grezzi e pieni di carica energetica delle sue creature musicali, ricchi di sostanza e di poca forma.

Una distorsione delle melodie più pure che si ritrova nel fluire lento ed inpacciato di una grammatica in continua tosse, presa da sbalzi di umore, di pause improvvise. Periodi semplici, ridotti all’ossatura formale per non far vedere al lettore altro che la loro struttura semantica. Soggetti, verbi, complementi s’intrecciano dando vita ad un discorso il meno possibile complesso. E’ questo e basta, anche se non è d’accordo chi legge.

Stimolante l’idea, meno artistico il risultato.

Fonte: immagine tratta da LigaChannel

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Beyond the river

by director at 16 Jun 2008 in Literature

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Book CoverUn diario di bordo dove gli sguardi e le impressioni provate sul momento vengono appuntati con particolare precisione. L’India, come il pensiero degli occidentali vuole che sia, non è affatto ciò che si racconta e si dice nei documentari nostrani o almeno in parte.

Da tutti dipinto come un Paese pieno di magia e di spiritualità, a quanto pare questa sua ricchezza trascendentale sembra averla persa lungo i gradini che la portano verso il Dio denaro. C’è miseria, tanta miseria, povertà e squallore, dagli spazzi angusti delle lavanderie comunali alla periferia di Bombay alle lunghe file di baracche separate da un fine tendaggio dalle quali vengono emanati fetori e tanfi nemmeno degni delle fogne di qualsiasi metropoli mondiale.

Lo sguardo più indifferente dei suoi abitanti verso i grandi finestrini dei treni che passano a pochi metri, e i cui passeggeri hanno la malcapitata sorte di vederli mentre si esibiscono nei loro bisogni. Minuti e minuti interminabili di viaggio separano la vista di quella tragica e nello stesso repellente meschinità da una più piacevole vista delle sconfinate terre desertiche e delle alte montagne.

In India v’è una forte suddivisione in caste, una grande differenza Nelle condizioni degli appartenenti ai diversi ceti sociali, un estremo rispetto e timore da parte di coloro che stanno in quelli inferiori verso coloro che stanno in quelli superiori.

Il tutto è il risultato di una pratica coercitiva instaurata definitivamente con il Kharma, ovvero la possibilità di migliore o peggiorare le proprie condizioni, attraverso vite successive, fino a giungere alla salvezza spirituale ed uscire dal famoso Samsara, il ciclo delle nascite e delle morti. In India se nasci povero è frutto di una tua colpa commessa in un’esistenza precedente ed il tuo esclusivo impegno è quello di vivere rettamente di modo da passare a miglior vita futura.

Davanti al più affascinante albergo di tutta la Nazione, il Taj Mahal brulicano i mendicanti senza arti superiori ed inferiori, con lo sguardo umile ed intimorito si vergognano a chiedere l’elemosina. Molti di loro sono bambini strappati dai villaggi, mutilati e poi fatti passare per persone handicappate per risultare più pietosi e convincenti. 

Nonostante lo Stato indiano abbia tra le file delle sue liste di partito personaggi illustri come Indira e Sonia Ghandi, simboli di pace, la stragrande maggioranza della popolazione non ha visto risorgere la propria condizione economica e sociale. Questi nomi sono strumenti di facciata, simboli di pace, icone del sacrificio, immagine delle vittime, ma  non hanno alcunchè di veramente attinente con chi è meno agiato. Sono decisamente lontane, più di prima, da quella che è la realtà quotidiana.

Il tasso di analfabetismo raggiunge livelli astronomici, la carenza del servizio scolastico scoraggia i genitori a mandarli a studiare, preferendo per loro una solida mano nelle “aziende” di conduzione familiare, ad esempio nella coltivazione dei campi.

La religione maggiormente praticata è l’induismo, con percentuale non indifferente di musulmani. Tra queste due fazioni sono nati diversi conflitti, soprattutto nel 1993 per l’opera del partito nazionalista Shiv Sena chiamato a risolvere le tensioni scaturite negli slum di Bombay dall’arrivo di troppe persone  in cerca di lavoro. Questo gruppo con il tempo ha avuto rapporti sempre più fitti con la mafia.

Da non dimenticare la presenza caratteristica dei bandati, individui con foulard che girano nelle case dei ricchi a rubare il più possibile ed ad uccidere se necessario. Per loro stessa affermazione è un lavoro come un altro, commissionato da cittadini che chiedono soprattutto l’omicidio per vendetta o gelosia.

La corruzione e le infiltrazioni di cosche mafiose sono quasi pressoché all’ordine del giorno.

Le cooperative del credito agricolo sviluppatesi per far fronte alle difficoltà dei coltivatori sono gestite da professionisti dell’estorsione con residenza all’estero, pronti a chiedere soldi anche ai meno abbienti e fortunati. 

La condizione delle donne è tutto fuorché egualitaria a quella maschile. Tradizione vuole che la donna sposata vada a vivere dalla famiglia del marito e non le sia permesso di ritornare dai suoi genitori, salvo per la nascita di un bebè, per il quale concedono un giorno all’anno.

In questo quadro povero la mancanza di cultura e di conoscenza non permette a gran parte delle persone di pensare che una vita migliore è possibile, di coltivare almeno l’illusione della prosperità, di serbare la speranza, di non arrendersi ma perseverare nella lotta quotidiana che la nostra esistenza ci costringe ad affrontare.

Adesso avrete un’idea più chiara di quanta spiritualità possa ancora conservare la popolazione indiana.

Fonte: immagine tratta da www.terre.it

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A thousand suns

by director at 14 Jun 2008 in Literature

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Book CoverIl secondo romanzo in ordine di uscita dello scrittore afgano adottato dagli Stati Uniti sfrutta la scia del precedente trionfo editoriale e non tarda a soddisfare il palato linguistico diventato sempre più raffinato dei suoi nuovi aficionados.

Tra di essi non può mancare la sensibilità e la riservatezza del pubblico femminile, a cui le intere vicissitudini del libro sono dedicate. Proprio tra le pagine di questa seconda avventura in un Afghanistan più vicino ai giorni nostri, ma nello stesso tempo per nulla distante dalle continue guerre e dallo spargimento di sangue innocente, catturiamo con inusitata e piacevole sensazione la forza delle donne.

La loro fragile corporatura fa da contrasto ad un cuore che sa essere duro nelle avversità e dolce nell’amore.  

E’ spropositata la loro capacità di soffrire in silenzio alle angherie di uomini rozzi e privi di scrupoli, la loro tenacia, la loro determinazione nell’affrontare circostanze inserite all’interno di una cultura prevalentemente maschilista, dove è ancora in vigore la poligamia e molte di loro (soprattutto nelle zone rurali e tra fasce sociali di livello basso) sono costrette a fare le casalinghe rinunciando a sogni più elevati.

Qui, l’omone grosso, brutto e cattivo è chiamato Sharid, un bottegaio del quartiere nord-occidentale di Kabul, quello che ospita l’università, al quale viene data in sposa Mariam. Quest’ultima ha la vita segnata da una macchia indelebile: è una harami, una bastarda. Sua madre ha fatto la cameriera per uno degli uomini più ricchi ed influenti di tutto il Paese, Jalil, poligamo e proprietario di diversi ettari di terreni, di empori di tappeti, di stoffa ed altre mercanzie.

Accidentalmente è rimasta in cinta di quest’uomo. Ripudiata dal padre e sentendosi macchiata da una colpa permanente trova accampamento presso una kolba in legno costruita dall’entourage dello stesso Jalil, come autopunizione, a qualche miglio di distanza da Herat in cima ad una collina da cui si può ammirare tutta la città.

Mariam passa quindi tutta l’infanzia ad osservare i minareti e le piccole abitazioni che la costituiscono senza poterle toccare direttamente, come una spettatrice distaccata.

La figlia di Mariam Laila nasce dopo il matrimonio con Sharid proprio all’alba della rivoluzione del 1978. I suoi fratelli si arruolano nella jiihad quando lei aveva solo due anni e al momento della loro scomporsa non prova lo stesso dolore sentito dalla madre.

Per Laila l’unico vero fratello è Tariq, un intimo compagno di giochi, una spalla importante che lo ha saputo difendere dai dispetti di altri coetanei. La ruggine che si frappone tra lei e Mariam comincia piano piano a sciogliersi con l’evolversi della guerra con il capo-padrone Sharid. Stanche del suo modo di trattarle, del suo atteggiamento aggressivo e scontroso si uniscono trovando insieme la forza di affrontarlo direttamente.

Una storia di coraggio, di amore, amicizia condensata al massimo grado in una ricetta di speranza che può rappresentare ancora un’ultima via dalla morte e dalla distruzione.

Fonte: immagine tratta da Piemme3.Bluestudio

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The kite hunter

by director at 12 Jun 2008 in Literature

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Book CoverIn una terra martoriata dalle guerre e da continui assalti alla democrazia uno sguardo lucido ed un po’ appassionato di un autore emergente che ha fatto parlare di sé in breve tempo.

Khaled Hosseini è nato a Kabul, figlio di diplomatico è stato costretto a lasciare la sua terra a causa dell’invasione sovietica, a trovare asilo politico negli Stati uniti dove ha iniziato a scrivere questo emozionante e sconvolgente romanzo. La compassione forte che prova per la sua terra d’origine, martoriata da regimi dittatoriali, è simile a quella vissuta per un amico verso il quale la vita non si è dimostrata generosa.   

Diventato un caso editoriale con un passaparola sorprendente, questo racconto vive delle vicende di due personaggi diversi per classi sociali e stili di vita. Il primo, Amir, un pashtun nato da una famiglia benestante, circondato dagli agi, abituato a ricevere molto e a dare poco; l’altro, Hassan, un giovane hazara, etnia da sempre condannata ad essere sottomessa dai più ricchi pashtun, sincero, leale e soprattutto servo fedele.

Il loro rapporto, da normale dipendenza inserviente-padrone, nel corso degli anni assume i tratti di una tormentosa storia di sensi di colpa e debiti di riconoscenza da estinguere.

Il nodo cruciale che lega indissolubilmente Amir al suo passato è rappresentato dal triste episodio accaduto ad Hassan. In occasione del torneo della caccia agli aquiloni, rara momento di giubilo per tutta Kabul, l’hazara si trova catapultato nella tresca organizzata da tre ragazzacci pashtun, ricattato e poi violentato fisicamente.

Da un angolo della strada Amir s’imbatte nella scena con lo sguardo impietrito di chi è impotente al gioco più forte del destino. Da quell’infelice momento pensieri più disparati cominciano ad affollare la sua mente, immagini forti, pesanti a tal punto che tenta in tutti modi di allontanare Hassan dalla sua vita come fosse l’unico e più efficace rimendio alla grave crisi di coscienza dentro di sè.

Hassan ha fatto di tutto per portare a casa l’aquilone, il simbolo della rinascita di Amir, la soddisfazione più grande che avesse mai regalato a suo padre. La tenacia e la devozione dell’hazara rivelano in lui l’appartenenza di sentimenti profondi e grandi doti umane, difficilmente ricambiate dalle paure di Amir condizionate dalle convenzioni sociali.

A causa dell’invasione dei russi emigra verso gli Stati Uniti mentre l’hazara rimane in Afghanistan. Quest’ultimo, miracolosamente scampato alla cattura, forma una famiglia e dopo ritorna nella sua vecchia casa, quella in cui, un tempo, offriva i suoi servigi ai signori pashtun. 

Il destino provvido entra in soccorso fornendo ad Amir un’ occasione importante per rivedere il suo caro fratello. La scoperta irrompe come un fulmine a ciel sereno, quel servo che non deve più chiamare tale, quel servo che ora è diventato suo fratello di sangue non fa che premere sulla necessità di un suo riscatto imminente.

Al ritorno nelle sue terre, richiamato dal socio in affari di suo padre, gli giunge notizia della morte di Hassan e sua moglie, assassinati brutalmente dai talebani. Gli viene affidata la gestione del figlio che lui sente di dover compiere con tutto se stesso, con tutte le buone intenzioni possibili, perchè in quella creatura vedo il padre che non c’è più, vede la plausibile redenzione morale.

Nelle righe scritte da Khaled c’è il perfetto disegno del destino, della vita che offre il suo perdono concedendo una seconda chance, perchè dall’errare umano capita spesso di compiere le scelte più giuste e responsabili.

Fonte: immagini tratte da piemme3.bluestudio

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Robinson Crusoe

by director at 22 Dec 2007 in Literature

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Book CoverUn romanzo entrato nella cultura popolare, la vera icna del naufrago, lo stereotipo dell’uomo in fuga dalla propria vita, o almeno quella che non desidera, in cerca di una che sogna con tutta sincerità.
La passione per i perigliosi e terrificanti viaggi tra i mari è sempre stata un cruccio ed una maledizione della vita di Robinson Kreutzner, in arte Crusoe (per la solita mania inglese di storpiare i nomi).
Quel dì del 1651, a soli diciannove anni e con tanta ingenuità sulla spalle da non ascoltare i gravi e saggi consigli del padre commerciante, lascia la cittadina di York per le sue prime esperienze di navigazione. Il primo viaggio in battello verso Londra non costa nulla, se non qualche timido sussulto di paura per la propria pelle. Una volta toccata la terraferma, non resiste al richiamo dell’avventura, con la certezza che ad aiutarlo ci saranno comandanti esperti con sul groppone numerose fortune nelle più impervie e remote zone del pianeta, tra cui l’Africa.
Questa volta lontano da casa si muove sul serio, esplorando diverse condizioni climatiche, incombe nel primo agguato della sua pur breve esistenza. Un gruppo di pirati del Salè catturano il suo equipaggio e lo tengono prigioniero. Fortuna vuole che per la sua corporatura giovane e forte venga scelto per i lavori più sodisfacenti, come quello di andare quotidianamente a pescare in compagnia del capo della banda.
Resosi conto delle mirabili doti di Robinson, il comandante dei pirati decide di non seguirlo più nelle sue abitudinarie escursioni in caccia di pesci, tanto da lasciargli una ghiotta opportunità per scappare via.
Non si fa pregare lasciando al timone il suo futuro compagno di traversata e minacciando lo schiavo negro ad abbondare il battello, puntandogli un fucile.
Ripreso il viaggio verso nord-est, si trova decisamente in difficoltà nel trovare uno spiazzo utile dove poter ancorare la sua imbarcazione, costretto ad aggirare l’intera costa formata da un’irta e distorta catena di scogli.
Il Brasile non è molto lontano, lì avrebbe potuto acquistare grandi appezzamenti terreni da poter coltivare e con cui racimolare molto denaro.
Inizia la sua nuova attività con grande entusiasmo, espandendo i suo confini originari ed assumendo molti più lavoratori.
Questo ritmo incessante lo arricchisce parecchio, ma presto si rende conto di come non possa allontanarsi un attimo dai suoi campi, sentendo sempre più fitta la triste presenza della solitudine.
Non resiste altro tempo, ha bisogno di respirare un po’ dalla prigionia del lavoro e salpa per un altro entusiasmante tragitto diretto verso nuove terre da perlustrare.
Questa volta la sfida con il mare si gioca a livello impari, la forza dei venti travolge la sua ciurma, ma anche le flebili speranze di rimanere in vita.
Il battello s’incaglia vicino alla riva, ancora alla portata delle altissime onde, tutti i membri sembrano destinati ad un terribile epilogo. Robinson affoga per due volte sotto l’impeto incessante dei cavalloni marini, nel momento in cui il respiro sta per abbandonarlo, balza a terra e si distende stremato sul suolo umido.
Non appena prende coscienza della sua disavventura si accerta che non vi siano antropofaghi nei dintorni, poi si dirige nell’entroterra alla ricerca di un luogo sicuro ove riposarsi.
Da qui cominciano le dure, snervanti giornate alla ricerca di cibo, viveri, alla costruzione d’imbarcazioni o di attrezzi per dare la caccia agli animali e dai quali ricavarne le pelli per ripare il corpo dalle piogge o dal freddo intenso.
Sorprendente la grande abilità del personaggio nel trovare sempre soluzioni utili alla proprie necessità, vasi costruiti in argilla per contenere i cerali ottenuti dalla macinazione del grano, piatti e tazze, oltre che recinti di pecore dalle quali ricavare nutrimento
La lucida intelligenza del naufrago scardina ogni dubbio sulla possibilità umane, paragonando l’essere tradizionale come lobomotizzato dai suoi comfort, reso inebetito della sua creatività, allontanato da un’accesa coscienza di autosussistenza.
Non può che far nascere l’evidente metafora della vita come tema di sfondo alla solitudine, sempre più opprimente in quella che si rivela come l’isola-prigionia.
Ciascuno di noi può realizzare grandi imprese anche da solo, cose che nessuno si avebbe mai sognato di farle, esperienze che mai nessuno ha provato, ma se poi non possono essere condivise la sua unicità perde di valore, diventando così lo specchio riflesso delle proprie frustrazioni.
Venerdì è la vera svolta nella vita del protagonista, più che la sopravvivenza in sè, costituisce la soddisfazione dei propri desideri, quelli che viengono a galla dopo gli altri, ma che sono il nodo cruciale dell’esistenza di ogni individuo.
Una fuga che diventa estrema non è mai un’evasione, ma è una perdizione.

Fonte: immagine tratta da Flickr

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