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17 Jul 2008 in
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Nell’edizione di ieri de La Stampa mi sono soffermato con attenzione ad un articoletto di fondo a pag. 13 in cui viene posto alla luce il dibattito tra il cardinale Bagnasco, Presidente della CEI e il padre di Eluana Englaro, la ragazza che si è trovata a “vivere” per quindici anni in uno stato vegetativo permanente grazie all’alimentazione di una macchina artificiale.
Da quel lontano 18 Gennaio 1992, quell’incidente con la sua vettura ridotta a rottami a seguito di uno schianto contro un muro nei pressi di Lecco, è iniziato un lungo calvario per la giovane.
I vari tentativi dei familiari di porre fine all’artefatto rifornimento biologico non hanno avuto buon esito. Il dolore per l’impossibilità di rispettare la volontà della figlia di non continuare la sua “esistenza”, di riacquistare un briciolo di dignità da una condizione che ne concedeva ben poca, di avere la gioia di percepire il mondo e le sue bellezze sta per raggiungere i limiti di sopportazione.
Così il ricorso alla Procura della Repubblica di Milano è stato presentato e con esso l’eventualità di trovare una linea di vedute comeune dalla più grande Istituzione morale del mondo, quella Chiesa di Roma, impersonificata dall’arcivescovo di Genova Bagnasco, preoccupata di come la situazione abbia preso binari di irragionevolezza e di mancato rispetto per la vita.
Nelle sue testuali parole c’è il rischio di una “consumazione di una vita per sentenza”, nonostante dichiari il dovere di partecipare all’afflizione che colpisce sempre più la famiglia della ragazza.
Non si fanno attendere le repliche del padre di Eluana, il quale afferma come “questa situazione è stata creata clinicamente e se ne deve uscire clinicamente”, secondo l’idea che la natura deve fare il suo corso.
Il paragone dello stato di Eluana a quello di un bambino che ha bisogno di mangiare e di bere non pare sia stato felice da parte dell’Arcivescovo di Genova. Le circostanze sono differenti, ivi si tratta di un ricorso riguardo alle cure mediche da apportare alla giovane, non ad un’eutanasia, rifutate perchè viste in un contesto di accanimento terapeutico. In definitiva si tratta di dare una mano ad una “vita” già messa in ginocchio, in uno stato più doloroso del coma, più prossimo alla morte, cui ulteriori misure terapeutiche potrebbero portare a un risultato inefficace.
Non si è fatta attendere la mozione dall’onorevole Francesco Cossiga, firmata a ruota da esponenti del Pdl, dell’Udc e della Lega. C’è la preoccupazione che la Magistratura possa voler legiferare su di un tema così delicato invece di lasciare il compito a chi ne è autorizzato.
Mi viene da chiedermi: “Qual’è il confine tra la vita e la morte? Come si può dipanare filosoficamente una questione così delicata, in cui è sottile il rapporto tra le parti così come labili sono le ragioni sia dall’una che dall’altra sponda?”
Meglio privilegiare la natura, il corso della vita con le sue disgrazie, le sue perdite o intervenire artificialmente con macchine che forniscono idratazione ad un corpo biologicamente finito?
Ma poi non è un po’ strano pensare di poter garantire la sussistenza di una persona quando essa senza l’intervento di agenti esterni che non riguardano il normale ciclo di respirazione organica presente in ciascuno di noi, sarebbero “morti”?
La vita è unica perchè viene da ciascuno di noi e verso ciascuno di noi che essa deve fare capolino. Noi siamo la sorgente di noi stessi, non deriviamo da fonti alternative. Quando cessiamo di rifornire il nostro io, l’involucro di carne, di quelle parti necessarie per mantenersi in contatto con il mondo finiamo di vivere.
Poi, la morte naturale di un individuo non è dovuta al mancato funzionamento di funzioni fisiologiche? Il soffio vitale, l’anima, come gli stessi fedeli ammetteranno, persiste anche dopo l’esistenza terrena. Perchè allora costringerla a rimanere ingabbiata in uno pseudo-contenitore di carne ormai putrefatto dalle anomalie del sistema cardiocircolatorio, incapace persino di rendere soddisfabili i bisogni primari?
E’ un tema troppo difficile per cui non sono sicuro di non aver detto delle inesattezze o aver trapelato incoerenza nei mie ragionamenti.
Fonte:
La Stampa, Mercoledì 16 Luglio 2008
Immagine n°1: Eluana Englaro da www.zadig.it
Immagine n°2: Angelo Bagnasco da it.wikipedia.org
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17 Jul 2008 in
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Tags: Football, News, Sport

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Avete mai desiderato, voi tifosi del Siena, voi fan dell’Atalanta, voi supporters del Parma, più che simpatizzanti di Reggina, Messina, Palermo, Empoli, Pescara, fedeli sostenitori di Genoa e Torino, vedere la propria squadra del cuore, quella a cui donate tutta la vostra passione senza chiedere in cambio altro che onore, poter vincere lo scudetto o la Champions League.
Avete mai pensato che il conto con chi amate dovrebbe essere rinsaldato o almeno fatto carico di possibilità più bellicose che un posto in Uefa o la permanenza nella massima categoria?
Chiudendo gli occhi e riflettendo un minuto (ne bastano anche meno) arriverete a dire di sì, poi a cominciare a infangare i grandi club e la loro politica da “mangiatutto”, caterpiller del mercato.
Ma vi siete chiesti come mai negli Stati Uniti, prendiamo il basket, questa continua tripartizione su modello italiano, bipartizione su quello spagnolo (solo quello inglese regala qualche incertezza con l’asso Chelsea calato da Abramovich) sembra non esistere?
La lampante evidenza che a vincere non sono sempre i blasonatissimi Celtics, o i Los Angeles Lakers, da tralasciare quest’anno, ci sono una serie di squadre non molto distanti tra cui i Chicago Bulls. Chi non si ricorda i successi più recenti ottenuti con il migliore giocatore di tutti i tempi, Micheal Jordan con largo consenso da far gridare all’unanimità.
Esiste un sistema diverso, anche là sono presenti i quattrini, in quantitativi maggiori rispetto alla nostra tanto deprecata italia calcistica. Tra contratti per le prestazioni atletiche ( il più pagato Kobe Bryant arriva a 33 milioni di dollari) e pubblicità, in una Nazione che punta molto sull’immagine, si arriva a raggiungere i 100 milioni di dollari.
Ma quel che fa specie è la presenza dei draft, un sistema di scelta che regola la selezione di giocatori non professionisti provenienti da campionati universitari o professionisti da leghe straniere. Ci sono delle priorità, la squadra che ha ottenuto il peggior piazzamento nel campionato appena trascorso ha il diritto di effettuare la prima scelta, cogliendo la ghiottosissima opportunità di portarsi a casa il maggiro talento in circolazione. La logica di prendere il miglior protagonista nelle stagioni NCAA non paga sempre, però è un idea interessante per mescolare i valori e rialzare una bilancia troppo inclinata da una sponda.
Oltre a questo c’è un elemento fondamentale che scaturisce direttamente a monte, nelle cime di una mentalità yankee che non ammette subordinazioni alla storia, ubbidienza alle sue tradizioni come legge piovuta dal cielo. “La storia siamo noi”, “People has the power of the future” si sente esclamare ad ogni inizio di trasmissione della CNN, uno dei tg più seguiti del globo terracqueo. Si respira pervicacemente una visione antropocentrica del mondo, della fiducia nelle potenzialità umane in ogni campo, non escludendo quello sportivo. Si difetta nella presa di posizione di un limite, ed è anche questo uno dei segreti del loro successo.
Se Michael Jordan non avesse avuto il carattere e la determinazione per soddisfare la sua voglia di emergere a quest’ora potrebbe fare lo stesso mestiere del padre, dato che gli studi non li ha terminati. Comunque non si può tralasciare la sua altezza, aumentata di ben dieci centimetri nel giro di un anno non per il frutto di un allungamento chirurgico, ma per il buon viatico aperto da una natura altresì generosa.
Invece, Ronaldihno non si accontenta di andare via dal Barcellona con il campionato spagnolo, una Champions League, un titolo di Campione del mondo per club, conquistati a pieno merito per carità, per cacciarsi in un’avventura più difficile, un percorso con ostacoli più ostici, da prova vera per un campione vero. A tutto questo, al Manchester City che offre un ingaggio più alto e molti più danari lui dice no.
L’Italia è la sua meta, la maglia a strisce rossonere il suo nuovo regalo, il plurititolato e affermato club di via Turati lo scagiona da ogni velleità suicide in una squadretta che ha vinto solo due campionati inglesi nella sua storia e una Coppa delle Coppe in ambito estero.
Come chiedere: “Cos’ha vinto quella squadra?”. “Be’ è il club più titolato al mondo, non c’è male…”
Storia, agli ordini! Non si discute, le probabilità di vincere trofei importanti sono altissime, non si sprecano occasioni del genere, preziosissime. Al diavolo la sfida, il misurarsi con una relatà che vuole emergere. Con questo non voglio criticare una scelta legittima e logica di una qualunque persona che arguisce una certa furbizia.
Non è forse il caso di mettere dei paletti, delle misure costrittive che limitano le possibilità di scegliere secondo privilegi di selezione. Prima di arrivare a questo deve giungere alla gente il pensiero che noi siamo gli artefici dle nostro futuro, noi abbiamo fatto la storia, noi possiamo oscurarla e farla cambiare di contenuti…
Fonte : Interlinearadiofralerighe.blogspot.com