Nobody change the history!

by director at 17 Jul 2008 in News

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Una grande massa a rappresentare la storiaAvete mai desiderato, voi tifosi del Siena, voi fan dell’Atalanta, voi supporters del Parma, più che simpatizzanti di Reggina, Messina, Palermo, Empoli, Pescara, fedeli sostenitori di Genoa e Torino, vedere la propria squadra del cuore, quella a cui donate tutta la vostra passione senza chiedere in cambio altro che onore, poter vincere lo scudetto o la Champions League.

Avete mai pensato che il conto con chi amate dovrebbe essere rinsaldato o almeno fatto carico di possibilità più bellicose che un posto in Uefa o la permanenza nella massima categoria?

Chiudendo gli occhi e riflettendo un minuto (ne bastano anche meno) arriverete a dire di sì, poi a cominciare a infangare i grandi club e la loro politica da “mangiatutto”, caterpiller del mercato.

Ma vi siete chiesti come mai negli Stati Uniti, prendiamo il basket, questa continua tripartizione su modello italiano, bipartizione su quello spagnolo (solo quello inglese regala qualche incertezza con l’asso Chelsea calato da Abramovich) sembra non esistere?

La lampante evidenza che a vincere non sono sempre i blasonatissimi Celtics, o i Los Angeles Lakers, da tralasciare quest’anno, ci sono una serie di squadre non molto distanti tra cui i Chicago Bulls.  Chi non si ricorda i successi più recenti ottenuti con il migliore giocatore di tutti i tempi, Micheal Jordan con largo consenso da far gridare all’unanimità.

Esiste un sistema diverso, anche là sono presenti i quattrini, in quantitativi maggiori rispetto alla nostra tanto deprecata italia calcistica. Tra contratti per le prestazioni atletiche ( il più pagato Kobe Bryant arriva a 33 milioni di dollari) e pubblicità, in una Nazione che punta molto sull’immagine, si arriva a raggiungere i 100 milioni di dollari. 

Ma quel che fa specie è la presenza dei draft, un sistema di scelta che regola la selezione di giocatori non professionisti provenienti da campionati universitari o professionisti da leghe straniere. Ci sono delle priorità, la squadra che ha ottenuto il peggior piazzamento nel campionato appena trascorso ha il diritto di effettuare la prima scelta, cogliendo la ghiottosissima opportunità di portarsi a casa il maggiro talento in circolazione. La logica di prendere il miglior protagonista nelle stagioni NCAA non paga sempre, però è un idea interessante per mescolare i valori e rialzare una bilancia troppo inclinata da una sponda.

Oltre a questo c’è un elemento fondamentale che scaturisce direttamente a monte, nelle cime di una mentalità yankee che non ammette subordinazioni alla storia, ubbidienza alle sue tradizioni come legge piovuta dal cielo. “La storia siamo noi”, “People has the power of the future” si sente esclamare ad ogni inizio di trasmissione della CNN, uno dei tg più seguiti del globo terracqueo. Si respira pervicacemente una visione antropocentrica del mondo, della fiducia nelle potenzialità umane in ogni campo, non escludendo quello sportivo. Si difetta nella presa di posizione di un limite, ed è anche questo uno dei segreti del loro successo.

Se Michael Jordan non avesse avuto il carattere e la determinazione per soddisfare la sua voglia di emergere a quest’ora potrebbe fare lo stesso mestiere del padre, dato che gli studi non li ha terminati. Comunque non si può tralasciare la sua altezza, aumentata di ben dieci centimetri nel giro di un anno non per il frutto di un allungamento chirurgico, ma per il buon viatico aperto da una natura altresì generosa.

Invece, Ronaldihno non si accontenta di andare via dal Barcellona con il campionato spagnolo, una Champions League, un titolo di Campione del mondo per club, conquistati a pieno merito per carità, per cacciarsi in un’avventura più difficile, un percorso con ostacoli più ostici, da prova vera per un campione vero. A tutto questo, al Manchester City che offre un ingaggio più alto e molti più danari lui dice no.

L’Italia è la sua meta, la maglia a strisce rossonere il suo nuovo regalo, il plurititolato e affermato club di via Turati lo scagiona da ogni velleità suicide in una squadretta che ha vinto solo due campionati inglesi nella sua storia e una Coppa delle Coppe in ambito estero.

Come chiedere: “Cos’ha vinto quella squadra?”. “Be’ è il club più titolato al mondo, non c’è male…”

Storia, agli ordini! Non si discute, le probabilità di vincere trofei importanti sono altissime, non si sprecano occasioni del genere, preziosissime. Al diavolo la sfida, il misurarsi con una relatà che vuole emergere. Con questo non voglio criticare una scelta legittima e logica di una qualunque persona che arguisce una certa furbizia.

Non è forse il caso di mettere dei paletti, delle misure costrittive che limitano le possibilità di scegliere secondo privilegi di selezione. Prima di arrivare a questo deve giungere alla gente il pensiero che noi siamo gli artefici dle nostro futuro, noi abbiamo fatto la storia, noi possiamo oscurarla e farla cambiare di contenuti…

Fonte : Interlinearadiofralerighe.blogspot.com

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