One Flew Over the Cuckoo’s Nest

by director at 5 Aug 2008 in Cinema

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Film PosterProduction: U.S.A.

Year: 1975

Director: Milos Forman

Cast: Louise Fletcher, Brad Dourif, Danny DeVito, Jack Nicholson, Christopher Lloyd, Will Sampson, Phil Roth, William Redfield, Michael Berryman, Peter Brocco, Dean R. Brooks, Alonzo Brown, Scatman Crothers, Mwako Cumbuka, William Duell, Josip Elic, Lan Fendors, Nathan George, Ken Kenny, Anjelica Huston.

Genre: Drama

Running Time: 127 minutes

Trae isparazione dal romanzo omonimo di Kesey realizzato nel 1962. Lo scrittore americano, cause controversie legali non volle vedere il film e tuttora non ne è a conoscenza. Una delle pietre miliari della storia cinematografica mondiale analizza con esarcebante lucidità l’atteggiamento ignorante della società verso lo stato di malattia mentale dei suoi membri. Ieri come oggi è sempre stato difficile rendere chiaro il confine tra “pazzia” e “sanità”, “normalità” e “anormalità”.  In mezzo , una serie di regole del cosiddetto vivere civile, della buona educazione, dell’ottemperanza ai propri doveri e della mancanza di cattiveria. Ma poi, cos’è veramente questa cattiveria? Sta forse nelle lamentele del signor McMurphy per la mancata possibilità di vedere una partita di baseball, o nell’assoluto divieto posto della Caposala Ratched attraverso un insensato gioco democratico di alzata di mano? Sta nei continui divieti imposti alla libera espressione individuale, quella atavica, di voler passare parte della giornata a divertirsi come fanno tutte le persone “normali” di questo mondo?

L’arrivo di McMurphy nell’Istituto è seguito da un colloquoio di presentazione con il direttore Spivey con cui manifesta dubbi costanti sul motivo per cui è finito lì dentro. Gli viene rivolto ii capo d’accusa, indisponenza al lavoro. Lui proprio non sa cosa farsene di questa imputazione, non capisce perchè tutte queste domande

Il Dottor Spivey gli suggerisce: “Beh, il vero motivo per cui Lei è stato mandato qui è perché vogliono che Lei sia vagliato. Per stabilire se Lei è ammalato di mente oppure no”. Le risposte sembrano troppo convincenti per poter pensare che lo sia.

All’interno della struttura riesce subito a fare amicizia con gli altri inquilini, si dimostra socievole, ha il vizio dell’umorismo, persino quando si avvicina ad un uomo grande e grosso con i capelli lunghi e la pella scura dei nativi indiani d’America.

Gioca a carte, borbotta, dimostra i primi cenni di cedimento quando rimprovera Martini di avere la testa da un’altra parte mentre sta giocando. Scommette, utilizza le sigarette come fish, vince. Qualcuno comincia a lamentare la mancanza di cicche, piange come un bambino, non soppota l’idea di non fumare. La Caposala si vede costretta a razionalizzare il loro consumo, Randall non ci sta, nasce un parapiglia con i vigilanti, pugni secchi che lo costringono a cure cautelative nel reparto agitati.

La partita a scacchi sul piano della tensione emotiva si alza quando propone di guardare la partita di baseball, ma viene frenato dal finto quorum proposto da Ratched o quando fugge con i proprio colleghi su di una barca rubata per trascorrere un giorno intero a pescare.

L’aria che tira all’interno dell’ospedale lo soffoca, sente di non essere adatto per sopravvivere a quel luogo, comincia a contare il tempo che lo separa dai sessantotto giorni previsti per la sua degenza. Il fiuto che il clima dentro il manicomio di Salem sta diventando irrespirabile diventa una certezza quando una guardia lo convince di spegnere le sue illusioni per l’uscita imminente, dato che non è lui a decidere chi deve continuare a restare o può andare.

Tutto si presenta più duro del solito, metterebbe a dura prova i nervi della persona più equilibrata del mondo, specialmente se addossato ad un animo caratterizzato da una spinta naturale tendenzialemente contro le regole.  S’innesca una spirale di violenza in cui è difficile capire chi eserciti più violenza, se i controllati o i controllori.

Centrale nell’opera è la funzione dell’istituto, micromondo alternativo al mondo di fuori dove si tenta di ispessire ancor di più le norme, cercando di limitare il problema mentale restringendo il suo campo d’azione. Così, una forza  poderosamente trasgressiva o diventa come una bolla piena di veleni pronti ad emergere fuoriuscendo dal loro contenitore  o finisce per essere schiacciata definitivamente.

Per McMurphy il destino sceglie la seconda strada. Messo a dura prova da continui elettroshock per calmare i suoi ripetuti scatti d’ira, il suo stato degenera a livelli vegetativi impensabili fino alla definitiva dabbenaggine a causa dell’esportazione di una parte del cranio.

Il finale lascia spazio alla speranza, il Grande Capo indiano sfonda la porta d’ingresso dell’istituto e fugge verso la libertà…

N.B. Un opera che ha conquistato cinque Oscar agli Awards del 1976, per la regia, miglior attore protagonista Jack Nicholson (alias McMurphy), Louise Fletcher (Miss Ratched), miglior film, miglior scenggiatura. Per Il ruolo di protagonista erano stati chiamati personaggi del calibro di Marlon Brando, Kirk Douglas, Gene Hackman. Per la scelta dell’attrice appena una settimana prima dell’inizio delle riprese è stato ufficializzato il nome della Fletcher.

Fonte: immagine tratta da  Mymovies

 

Lust, caution

by director at 21 Jul 2008 in Cinema

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Film PosterProduction: China, USA

Year: 2007

Director: Ang Lee

Cast: Tony Leung, Joan Chen, Lee-Hom Wang, Tang Wei, Wang Leehom

Genre: Drama

Running time: 160 minutes

Il plurivincitore Ang Lee (4 oscar per “La tigre e il dragone”, un leone d’oro e tre oscar per “I segreti di Brokeback Mountain”) torna con una nuova avvincente pellicola, impregnata di scandalo.

In una Shangai del 1942 sconvolta dalla colonizzazione giapponese, un gruppo di ragazzi frequentanti la stessa compagnia teatrale sono animati da una vigorosa volontà di riscatto patriottica.

Fa parte del gruppo Wang Jiazhi, giovane studentessa universitaria incaricata dalla resistenza di entrare nelle grazie del nemico Yee, un politico corrotto al soldo dei rivali giapponesi il cui l’obiettivo è quello di mantenere una “pace” apparente, un armistizio destinato a svanire presto con l’arrivo degli americani.

Uno stralcio della partita a Mahjong dove le donne discutono, scherzano, creano un’alchimia solidale, si danno consigli, si prestano abiti e infomazioni sui negozi della città. Il loro angolo di pace lontani dalle grinfie dei rispettivi mariti.

Un quartiere popolare sede del governo collaborazionista, le prime telefonate in un elegante caffè della Wang, uno dei punti di ritrovo dei militanti, il dietro le quinte che si differenzia dal palcoscenico dei salotti buoni, delle passeggiate aristocratiche nei negozi, delle cene a casa delle “amiche”.

La giovane si cala molto bene nella parte, già dagli sguardi nascosti e penetranti del sig. Yee s’accorge che la sua strada comincia in discesa. Gli occhi infuocati dell’uomo non appena incrocia i suoi fanno scattare una primordiale scintilla.

Ma si può dir nulla di tutto ciò se paragonato all’incredibile turbolenza corporale, all’ardore vivo delle effusioni, al profumo delle pelli che inebriano la mente portandola in uno stato di trance e lasciando fuoriuscire tutta la pulsione creativa e “distruttiva” dell’animale.

Sono le eccitanti, stimolanti, vibranti scene di sesso a costruire il pathos necessario per calamitare l’attenzione di uno spettatore distrutto psicologicamente dai primi tre quarti d’ora di una scenggiatura sospesa, indecisa su quale direzione prendere, quale senso andare a colpire.

Dal momento della loro unione simbiotica, le prove di Tony Leung e Wai Tang assumono due impronte nette e precise, ci trasferiscono l’intensità e la spontanietà dei loro gesti, indirizzano il racconto nella matassa principale, complicatissima da slegare.

Farsi prendere dalla passione più soffocante, dedicare anima e corpo ad una persona, tormentarsi per sentirla vicina, oppure cedere al sentimento di alta riconoscenza verso la propria Nazione combattendo al suo fianco in una resistenza?

In una Nazione dove non v’è pietà per i traditori, dove si dimostra che lo spirito nazionale non è solo appannaggio dei Giapponesi, dove se “pugnali” qualcuno alle spalle riceverai la stessa moneta o una pena più alta, come la morte, non sembra affatto semplice scegliere… 

Fonte: immagine tratta da Mymovies

 

8 mile

by director at 1 Jan 2008 in Cinema

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Film PosterProduction: USA

Year: 2002

Director: Curtis Hanson

Cast: Kim Basinger, Mekhi Phifer, Brittany Murphy, Eminem

Genre: Drama | Music

Running time: 110 minutes

Dai sobborghi malfamati di Detriot, dove la miseria regna sovrana e l’inferno ha sostituito ogni buona speranza, la vicenda di un ragazzo su mille che ce l’ha fatta.
Un rapper bianco alle prese con modi e stili musicali tipici dei neri, accompagnato da un repertorio di ritmi calzanti e suoni vocali fuori dal comune.
La vita in quei quartieri è tremendamente dura, la soglia di sopravvivenza ruba anche le pulsioni più vitali, succhia le ultime riserve d’entusiasmo per catapultarti in un imbuto apatico senza fine.
Lui, Jimmy Smith Junior non is arrende, vuole emergere, diventare famoso grazie ad un talento che sente scorrere nelle sue vene.
Tante le battagie ed i sogni infranti con cui deve sbattere la testa per poter trovare la sua isola felice, tante le amicizie finte, i padri sbagliati.
La madre, affetta da nevrosi, depressa per giunta senza un lavoro instaura una rapporto prettamente sessuale con un suo coetano.
Jimmy, invece, un impiego lo ha trovato, lavora presso uno stabilmento a pochi chilometri da casa sua, si è appena lasciato con Jasmine ed è alla ricerca di un contratto per lanciarlo alla ribalta musicale.
I suo pezzi sono dolenti imprecazioni verso la famiglia, costanti esercitazioni d’allitterazioni e assonanze, connotati da forte omofobia e misoginia.
In una vecchia struttura ormai in disuso, i rapper di tutta la città si dimenano a suon di colpi di parola, offese, umiliazioni, colpi bassi ispirati da un’arte tipicamente undergrond. Una musica che viene dai bassifondi, dai ghetti, che schiuma rabbia e pochi sentimenti romantici, diretta conseguenza di una sottocultura presente ancora in grande quantità negli States.
La prima apparizione del giovane Jimmy non è del tutto esaltante, un blocco alla gola per la forte emotività non gli risparmia una figura barberina.
Con gli amici passa il tempo a fare scorribande per il quartiere, frequenta i soliti locali, in attesa che s’avveri il suo sogno.
Le parole prendono spesso il sopravvento, litigano con la propria condizione di emarginato e nullatenente, un vero shit (perchè è così che sono trattati gli economicamente umili) indaffarato a costruirsi castelli di carta presto ridotti a cenere.
L’incontro con Alex gli fa perdere la testa (in senso buono naturalmente), lo spinge a credere sempre più fermamente nel suo futuro, lo rinvigorisce stimlandolo a porre più fiducia in se stesso.
Mentre i suoi compagni di strada sembrano volare in un mondo fatato, Jimmy tenta di riportarli ad un livello più consono, a guardare alla vita con maggiore praticità, a tenere i piedi ben saldati a terra.
Dopo una fortunosa vincita della madre al bingo, la sfortuna sembra aver voltato le spalle alle loro sorti, regalandogli un motivo in più per non arrendersi.
Ritenta la sfida, si catapulta nuovamente nella battaglia musicale, ma stavolta con grande slancio emotivo e giusta determinazione.
In quei cinque minuti mostra ai diffidenti rapper neri la pasta di cui è fatto, la cifra stilistica della sua cultura musicale, conquistando gradualmente un maggiore rispetto.
Il film termina dopo il successo delle esibizioni live, un saluto agli amici e il ritorno alla solita routine da giovane, a questo punto, maturo.
Nella colonna sonora del film viene citata e trasmessa Lose yourself, vincitrice di un Oscar l’anno successivo come “Miglior canzone originale”.

Fonte: immagine tratta da Mymovies


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