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New *Juventus* Stadium.

by editor at 19 Oct 2008 in Football

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Juventus Stadium 1

Juventus Stadium 2

Juventus Stadium 3

Juventus Stadium 4

Juventus Stadium 5

Maybe, it is better to call the new stadium: Sportfive Arena because it is the multinational german company will cover the expenses of 77 million euro. This is the same thing of Alleanz Arean at Munich, in Germany.

Source image from: Virgilio Sport.

 

Nobody change the history!

by director at 17 Jul 2008 in News

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Una grande massa a rappresentare la storiaAvete mai desiderato, voi tifosi del Siena, voi fan dell’Atalanta, voi supporters del Parma, più che simpatizzanti di Reggina, Messina, Palermo, Empoli, Pescara, fedeli sostenitori di Genoa e Torino, vedere la propria squadra del cuore, quella a cui donate tutta la vostra passione senza chiedere in cambio altro che onore, poter vincere lo scudetto o la Champions League.

Avete mai pensato che il conto con chi amate dovrebbe essere rinsaldato o almeno fatto carico di possibilità più bellicose che un posto in Uefa o la permanenza nella massima categoria?

Chiudendo gli occhi e riflettendo un minuto (ne bastano anche meno) arriverete a dire di sì, poi a cominciare a infangare i grandi club e la loro politica da “mangiatutto”, caterpiller del mercato.

Ma vi siete chiesti come mai negli Stati Uniti, prendiamo il basket, questa continua tripartizione su modello italiano, bipartizione su quello spagnolo (solo quello inglese regala qualche incertezza con l’asso Chelsea calato da Abramovich) sembra non esistere?

La lampante evidenza che a vincere non sono sempre i blasonatissimi Celtics, o i Los Angeles Lakers, da tralasciare quest’anno, ci sono una serie di squadre non molto distanti tra cui i Chicago Bulls.  Chi non si ricorda i successi più recenti ottenuti con il migliore giocatore di tutti i tempi, Micheal Jordan con largo consenso da far gridare all’unanimità.

Esiste un sistema diverso, anche là sono presenti i quattrini, in quantitativi maggiori rispetto alla nostra tanto deprecata italia calcistica. Tra contratti per le prestazioni atletiche ( il più pagato Kobe Bryant arriva a 33 milioni di dollari) e pubblicità, in una Nazione che punta molto sull’immagine, si arriva a raggiungere i 100 milioni di dollari. 

Ma quel che fa specie è la presenza dei draft, un sistema di scelta che regola la selezione di giocatori non professionisti provenienti da campionati universitari o professionisti da leghe straniere. Ci sono delle priorità, la squadra che ha ottenuto il peggior piazzamento nel campionato appena trascorso ha il diritto di effettuare la prima scelta, cogliendo la ghiottosissima opportunità di portarsi a casa il maggiro talento in circolazione. La logica di prendere il miglior protagonista nelle stagioni NCAA non paga sempre, però è un idea interessante per mescolare i valori e rialzare una bilancia troppo inclinata da una sponda.

Oltre a questo c’è un elemento fondamentale che scaturisce direttamente a monte, nelle cime di una mentalità yankee che non ammette subordinazioni alla storia, ubbidienza alle sue tradizioni come legge piovuta dal cielo. “La storia siamo noi”, “People has the power of the future” si sente esclamare ad ogni inizio di trasmissione della CNN, uno dei tg più seguiti del globo terracqueo. Si respira pervicacemente una visione antropocentrica del mondo, della fiducia nelle potenzialità umane in ogni campo, non escludendo quello sportivo. Si difetta nella presa di posizione di un limite, ed è anche questo uno dei segreti del loro successo.

Se Michael Jordan non avesse avuto il carattere e la determinazione per soddisfare la sua voglia di emergere a quest’ora potrebbe fare lo stesso mestiere del padre, dato che gli studi non li ha terminati. Comunque non si può tralasciare la sua altezza, aumentata di ben dieci centimetri nel giro di un anno non per il frutto di un allungamento chirurgico, ma per il buon viatico aperto da una natura altresì generosa.

Invece, Ronaldihno non si accontenta di andare via dal Barcellona con il campionato spagnolo, una Champions League, un titolo di Campione del mondo per club, conquistati a pieno merito per carità, per cacciarsi in un’avventura più difficile, un percorso con ostacoli più ostici, da prova vera per un campione vero. A tutto questo, al Manchester City che offre un ingaggio più alto e molti più danari lui dice no.

L’Italia è la sua meta, la maglia a strisce rossonere il suo nuovo regalo, il plurititolato e affermato club di via Turati lo scagiona da ogni velleità suicide in una squadretta che ha vinto solo due campionati inglesi nella sua storia e una Coppa delle Coppe in ambito estero.

Come chiedere: “Cos’ha vinto quella squadra?”. “Be’ è il club più titolato al mondo, non c’è male…”

Storia, agli ordini! Non si discute, le probabilità di vincere trofei importanti sono altissime, non si sprecano occasioni del genere, preziosissime. Al diavolo la sfida, il misurarsi con una relatà che vuole emergere. Con questo non voglio criticare una scelta legittima e logica di una qualunque persona che arguisce una certa furbizia.

Non è forse il caso di mettere dei paletti, delle misure costrittive che limitano le possibilità di scegliere secondo privilegi di selezione. Prima di arrivare a questo deve giungere alla gente il pensiero che noi siamo gli artefici dle nostro futuro, noi abbiamo fatto la storia, noi possiamo oscurarla e farla cambiare di contenuti…

Fonte : Interlinearadiofralerighe.blogspot.com

 

Y toreros hacer la corrida

by director at 2 Jul 2008 in Football

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Il capitano I.Casillas alza la coppa EuropeaLa Spagna attendeva un successo così importante dal lontano 1964, quell’Europeo giocato in casa e nella cui finale battè nientemeno che l’URSS, una delle squadre più temute all’epoca.

La selección è stata la più regolare del torneo, sia per quanto riguarda le reti realizzate (una media di 2 a partita), sia per quel che riguarda la quantità di sfere giocate. Al termine di ogni  incontro risultava con la percentuale più alta di possesso palla. 

Una melina molto più degna delle loro corride nazionalpopolari (che invece non lo sono) all’insegna del divertimento e della leccornia, specialmente per i calciofili dal palato estremamente raffinato.

La loro fantasia sul campo è stata accompagnata da meritevoli comprimari, tifosi spagnoli che indossavano colori sgargianti, bandiere ad ogni soffio d’aria, tanta allegria, canti, balli popolari nelle tenebrose e grigie notti austriache.

E’ stata una festa per loro ed anche per l’Europeo intero, con il presidente della Uefa Platini intento a sproloquire elogi a tutti, con il sorriso sicuro di chi è riuscito a centrare il suo obiettivo primario: far vincere lo sport.

Sì, perchè proprio l’attività sportiva, in particolare il calcio, è uno dei potenti mezzi regalati all’intera umanità come strumento di coesione, di rispetto e di sana competizione.  

I toreros, in questo senso, hanno ritirato i pugnali, le lance,gli aghi, riappropriandosi di un folklore pulito, sempre  preceduto da una seria campagna contro il razzismo. Era proprio questa la vetta tanto aspirata dai vertici delle federazione continentale, e lo hanno fatto senza prender fiato!

Non c’era tempo per distrarsi, gli occhi dei fan europei erano puntati direttamente sui campi in erba attorniati da strutture impiantistiche frutto di un’ingegneristica decisamente più all’avanguardia di quella nostrana. 

Pronti e via, la sopresa più eclatante, meno gradita in casa nostra, è stata la sconfitta bruciante degli azzurri con L’Olanda. Da quel dì funesto sono iniziati i nostri brutti presentimenti dell’imminente uscita da campioni del mondo. La Spagna, il giorno dopo, trafigge con un roboante e poco meritato (a dirla tutta) 4 a 1 i Russi guidati dal tecnico dei miracoli Gus Hiddink.

Il presentimento che la nostra strada e quella della selección si sarebbero incrociate nel primo turno ad eliminazione diretta si faceva ora vivissimo. Ed è stato così per le due restanti partite del torneo, dove i nostri giustizieri hanno rifilato due gol a testa rispettivamente alla Svezia e alla Grecia. Noi, con più d’una sofferenza, abbiamo pareggiato con la Romania e battuto la Francia. Nonostante queste cattive premesse siamo stati il team che le ha dato più filo da torcere, più ansie e paure di non passare. La nostra arcigna difesa ha retto bene, le loro puntate offensive o venivano schermate o, qualche volta, cadevano in malasorte. D’accordo ci hanno superati nella voglia di vincere, nel gioco, nella determinazione, meritavano la semifinale, ma l’hanno dovuta ottenere nella sempre estenuante lotteria dei rigori.

Per il resto, le due partite finali hanno visto il loro netto dominio, sottolineato le difficoltà della sopresa Russia e della mai doma Germania.  

Il team di Aragones ha nel suo cantiere giovani interessanti, uno su tutti l’estroso Fabregas, titolare a soli ventun anni nella formazione dell’Arsenal in Premier League, già tristemente conosciuto dai tifosi milanisti dopo la cocente sconfitta in Champions. Ha un’ottima visione di gioco, palleggio e capacità tecnico-balistiche da fuoriclasse, oltre ad umiltà da vendere. infatti, non ha fatto scoppiare polveroni nel gruppo per la sua eclusione dagli undici titolari ad inizio torneo.

L’altra stella, indiscutibilmente più importante, è il baby terribile Fernando Torres, autore di una caterva di gol (33 in 46 partite) con il Liverpool, rapido, tecnico, e non cattivo saltatore di testa. Ci ha sorpresi tutti nel suo scatto fulminante a recuperare ( un poco attento in realtà) Lahm e nell’anticipare Lehman in occasione della rete spalanca europeo.

Come non ricordare  ed elogiare le prestazioni di un sempre verde Puyol,  esperto difensore del Barça, una guida per il meno lucido e burrascoso valenciano Marchena ed attivo in zona offensiva quando c’è da staccare per un calcio fermo.

Poi ci sono gli altri centrocampisti, tra cui Senna, inserito nella top ten dei migliori, operatore di difesa, frangifrutti indispensabile dopo la sfilza innumerevole di campioni dal dribbling facile.

Da non escludere, anche se mezionato successivamente, il top dei top secondo la UEFA, il mediano Xavi, prupulsore inesauribile, abile orchestratore di succulenti passaggi in profondità, triangolazioni veloci, lanci lunghi. L’ultimo baluardo per superare una retroguardia che è stata molto affidabile (solo 2 gol presi) per tutto l’arco della manifestazione, c’è quell’Iker Casillas da una vita accasato a Madrid, (con la camiseta dei blancos ha collezionato 311 presenze) e fermamente convinto di restare finchè non appenderà la sue scarpe al chiodo. Sicuro, dotato di riflessi è stato eletto man of the match nella partita con gli azzuri per le sue parate plastiche lancia qualificazione.

I giovani del futuro sono in questa Nazione, una generazione destinata a solcare i campi del mondo incutendo timore agli avversari. Da oggi tutti guarderanno con rispetto ai campeones e li studieranno, eccome se li studieranno…

Fonte: immagine tratta da www.gazzetta.it

 

The new Europe

by director at 14 Jun 2008 in Football

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Esultanza di Srna dopo l'1-0 alla GermaniaUna nuova Europa sta surclassando quella passata, tra nomi nuovi e non è in atto un ribaltamento delle forze calcistiche continentali.

Basta vedere per primi i campioni (0-3) e vice-campioni del mondo (1-4) usciti martoriati, tritati da un caterpiller che si chiama Orange, senza appello alcuno. Gli assi della tre quarti offensiva di Van Basten giocano in club già affermati, ma quel che sorprende di più è la raffinatezza e squisitezza del calcio olandese, lontano dai fasti di quello totale, ma pur sempre spumeggiante e ricco di fantasia e tecnica.

E’ una sicura candidata a vincere l’Europeo affiancata dal Portogallo, con un Cristiano Ronaldo galvanizzato dalla doppietta Champions e campionato e con possibilità concrete di conquistare il pallone d’oro. Insieme a lui a formare l’attacco prolifico di questo inizio di torneo c’è il catalano (ancora per poco) Deco, il compagno di club Nani e l’estroso Quaresma. A garantire solidità arretrata ci pensano i centrali Carvalho e Pepe (in gol nell’esordio). Un’altra squadra di palleggiatori che può completare la sua cavalcata vincente.

La carta a sorpresa è la Crozia di Bilic, il cui centrocampo è diretto dalla nuova scommessa del Tottenham, Modric, pagato 24 milioni di euro netti e per caratteristiche tecnico-fisiche molto simile al nostro Pirlo. Un apporto importante è dato dall’esterno Srna (in gol con la Germania) dai piedi buoni e dalla visione di gioco ottima, oltre alla velocità nel reparto offensivo rappresentata dalla punta Olic. Cinica e spietata, oltre al fatto di non negare giocate spettacolari in avanti è un terzo incomodo alla corsa di Portogallo e Olanda.

Amara sorpresa dal fronte teutonico.  Dopo l’esordio convincente con la Polonia al primo impegno serio è caduta senza rialzarsi. Siamo sempre stati abituati nel corso della storia a vedere la Germania riportare in partita situazioni che sembravano incredibilmente perse. Ma la Nazionale di oggi è quanto mai carente in condizione, visto che ha cambiato pochi elementi rispetto a quella che perse la semifinale con gli azzurri nei mondiali di due anni fa. L’unica nota positiva è data dal cannoniere Podolsky, mentre per i talenti nascosti (vedi Schweinsteiger) non c’è stata riscossa. E’ ancora in corsa e dalla sua c’è la mancanza di un avversario degno del suo nome nel terzo e decisivo turno.

Poi non sono da dimenticare nel parterre de Roi le “furie rosse”, con una squadra che finalmente può vincere qualcosa d’importante dopo l’unico successo della sua storia risalente al 1964. La squadra è giovane, ricca di talento e di agonismo. In centrocampo spicca la stella ventunenne dell’Arsenal Cesc Fabregas, con Xabi, centrocampista del Liverpool, a supporto dei quali troviamo il sempre intramontabile Puyol e la promettentissima ala sinistra Sergio Ramos, sicuramente la migliore al mondo fra qualche anno. In avanti il baby terribile Torres oltre al capocannoniere Villa. Giocate raffinate, scambi di alta classe, palleggi continui, torelli interminabili costituiscono le principali caratteristiche della formazione di Aragones. Il roboante successo con la Russia (4-1) lo sta a dimostrare in pieno.

Paragrafo amaro è necessario dedicare anche ai Blue, partiti con la sicurezza di chi ha perso la finale solo per un gioco perverso del destino, dopo aver dimostrato superiorità tecnica ed atletica, sono piombati nella disfatta. Bisogna ammettere che le loro occasioni per segnare più volte all’Olanda le hanno avute, ma, in definitiva, il loro gioco è sembrato sfibrato rispetto alla maggiore compattezza dei tulipani  e basato maggiormente sulle palesi individualità dei suoi componenti. 

Non dimentichiamo la Romania migliorata molto in questi ultimi anni. Nel girone di qualificazione ha superato l’Olanda inserendosi al primo posto con la migliore difesa. Il gruppo ha fatto leva sugli “italiani” Chivu e Mutu, mostrando buone qualità, due su tutte la solidità difensiva e la capacità di andare al tiro da lontano con estrema precisione. 

La maggior parte delle note positive sono giunte dalle avversarie dell’Italia perciò non darei eccessive colpe alla nostra squadra (non è ancora detto che resti fuori), ma comprenderei le naturali difficoltà di passare in un girone infernale, campioni del mondo o no. Immaginatevi la Germania al posto nostro, che fine avrebbe fatto secondo voi? Io una risposta già ce l’ho…  

Fonte: immagine tratta da www.repubblica.it

 

Euro scepticals or Euro trustings

by director at 11 Jun 2008 in Football

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Delusione tra gli azzurriIn questo Europeo iniziato in sordina, da campioni del mondo in carica, con sulle spalle una considerazione da difendere, l’Italia affonda al primo arrembaggio dell’equipaggio olandese capitanato da capitan Van Basten, otto stagioni (1987-1995) nel club più titolato del mondo, compagno di squadra del più senior, con qualche capello grigio in più, italico c.t. Roberto Donadoni.

Tutti i pronostici, o quasi, a favore dei nostri azzurri, il centrocampo più portentoso del pianeta, Pirlo, Gattuso, Ambrosini, quest’ultimo in gran forma (ha vinto il ballottaggio con il più giovane De Rossi) a blindare una diga che sembra impenetrabile. Fatto sta che gli olandesi non ci pensano due vole a scavalcare il centrocampo con perfetti lanci millimetrici a servire la mezzapunta di turno o la boa costituita dall’erede mancato del cigno di Utrecth, Ruud Van Nistelrooy.

Non a caso le tre segnature dei tulipani  sono scaturite da un calcio piazzato e da due abilissimi contropiedi (chapeau) in cui la difesa italiana ha fatto acqua da tutte la parti nonostante la diga mediana posta in sua protezione.

La tegola dell’infortunio di Cannavaro non ha certo aiutato il  coach bergamasco a trovare una mossa riparatoria in tempo utile. Si è affidato all’esperienza di Materazzi, come giusto che sia, solo che matrix, in quel di Berna, sembrava più di là che di qua. Molto lento nei recuperi, spesso in ritardo negli anticipi, il suo calcio da trentacinquenne scricchiola ed è vicinissima l’ora in cui gli tocca appendere le scarpe al chiodo.

Azzardato sarebbe stato l’inserimento di Chiellini, scioccato per buona parte del ritiro per il coinvolgimento nell’incidente al capitano Cannavaro, non ancora maturo per un match di questa calatura agonistica.

Altra matassa da svolgere, un Panucci ancora in condizioni precarie dopo il leggero infortunio nel campo di allenamento di Enzesdorf, quella sera è sembrato l’ombra di se stesso.

Un 3-0 eccessivo nonostante l’Olanda abbia dimostrato un gioco brillante e più caparbio, qualità che ai nostri è mancata per tutti i novanta minuti, incapaci di dare segnali di vita, ingenui come “bambini” che credevano di vivere nel torneo dei “balocchi”.

Siamo sicuri che le nostre quotazioni siano calate? I nostri beneamati amici giornalisti, pallonari, tecnici da panchina d’oro inveiscono contro le scelte sbagliate di Donadoni inscenando un teatrino meno degno addirittura degli squallido talk show della Domenica (vedi lo spazio di discussione in Buona Domenica). A giudicare dai nostri prossimi avversari, i romeni degli “italiani” Mutu e Chivu siamo ancora una squadra da tenere con le molle, consci che la nostra qualificazione è tutt’ora possibile. Come a dire che i più convinti del nostro potenziale sono i nostri nemici, gli stranieri di turno, mentre i compatrioti cominciano piano piano a mettere benzina sul fuoco lacerando lentamente  ogni possibilità di raggiungere Vienna. 

A chi dare ragione? Al nostro DNA italico-disfattista o alla maniera benpensante dei forestieri?

Questa non è ardua sentenza, è solo la logica del non farci del male con le proprie mani.

Fonte: immagini tratte da www.gazzetta.it

 

Derby: vince il carattere nerazzurro

by director at 24 Dec 2007 in Football

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Inter - Milan : 2 - 1

TABELLINO

Inter 2: Cruz 36′, Cambiasso 63′
Milan 1: Pirlo 18′

Un derby della madonnina maggiormente carico di significato, da una parte i campioni d’Italia in carica, dall’altra i freschi campioni del mondo di ritorno dal Giappone.
Prima del match, accoglienza preziosa dei padroni di casa, disposti in doppia fila onorano il gruppo di Ancelotti, autori di un’annata incancellabile nel cuore dei rossoneri di tutto il pianeta, ma anche dell’intera storia del calcio.
Tempo pochi secondi, i ventidue interpreti iniziano con il freno a mano tirato, bloccati dal nervosismo per la posta in palio. Non ci sono solo i tre punti, ma ben di più, la voglia di conferma del proprio dominio sulla sponda calcistica della città, l’importanza di assicurare la propria superiorità in campionato e testare le proprie abilità contro il team più titolato a livello internazionale.
Questi fattori stimolanti ottengono come risultato una partita vibrante per tutto il primo tempo, affrontata con aggressività e determinazione.
La truppa di Mancini cerca subito di imporre il suo gioco articolato, sfrutta le fasce con gli inserimenti di Maicon, i palleggi di Jimenez, la quantità di Cambiasso, contrastata più che dignitosamente dalla solita grinta di Gattuso sostenuto da Ambrosini.
I pericoli principali giungono inesorabili dalle parti di Dida, prima con una girata alta di Ibrahimovic su assist di Maicon, poi su diagonale di Cruz respinto da Dida e ribattuto sulla traversa da Jimenez.
In mezzo, un errore della difesa nerazzurra su lancio di Seedorf per Inzaghi, un calcio di punizione dal limite battuto magistralmente da Pirlo, con il pallone che s’insacca nel sette alla destra di Julio Cesar.
Un Ibrahimovic sottotono suona qualche campanello di ripresa nell’azione che porta al pareggio, attirando la marcatura di tre rossoneri servendo quindi Cambiasso, che gira per Cruz abile a destreggiarsi e a sfoggiare un sinistro maligno alla destra del portiere brasiliano.
Ottime azioni corali dell’Inter si alternano a contropiedi ficcanti degli ospiti, affidati alle accelerazioni improvvise del bambino d’oro Kakà, con il suggerimento iniziale operato da Pirlo e l’opera di finalizzazione caricata sui piedi di Inzaghi.
La prima frazione si chiude con pochi altri sussulti, ma certamente degna di nota per il proverbiale spasimo sottoposto da ambo gli schieramenti.
LA ripresa parte con toni più bassi, i boys di Mancini sembrano più sornioni, il Milan più reattivo, anche se si tratta di pochi minuti. Gilardino sfiora il palo con una girata di testa, gradualmente riappare il pressing opprimente di Ibra e compagni, Chivu si fa sentire con un tiro alto e Cambiasso con un calcio al volo che passa alla sinistra dello specchio della porta.
Lo stesso argentino si rende protagonista dell’episodio che manda in visibilio l’intero Meazza. Rilancio errato, centrale, di Maldini, palla che viene catturata da Esteban il quale non ci pensa due volte e fa partire quella che sembra una telefonata diretta alle braccia del portiere.
Dida, soprendentemente, regala una papera di cui non eravamo abituati trasformando un innocuo tentativo in occasione decisiva per le sorti del derby.
Da questo momento i diavoli sembrano aver perso lo smalto che li contraddistingueva, con l’ingresso di Serginho acquisiscono maggiore spinta offensiva ma senza esiti particolarmente positivi.
Ora è la beneamata ad agire in contropiede, sfiorando con Ibrahimovic una nitida opportunità per chiudere il conto.
Una splendida conclusione dal limite di Kakà, una timida rovesciata di Maldini, un mischia in area in cui Nesta viene stoppato al momento di agire a botta sicura e poi l’ingresso di Suazo che mette le antenne a tutta la retroguardia.
L’ultimo brivido che scorre sugli ottantamila presenti è l’assurdo mancato tapin di Ambrosini su imbeccata di Serginho, per finire con una più leggera gittata dello svedese decisamente alta sulla traversa.
Il gioco maschio non si è risparmiato, uscendo come il più importante vincitore, dando un pesante discredito a chi pensava che la capolista non fosse capace a tirar fuori la personalità nelle situazioni in cui le veniva richiesto.
Un recupero segno della rinascita di un club rimasto molto spesso sotto le righe, criticato, assillato, demolito caratterialmente, ora considerato con maggiore e riverente riguardo anche in campo internazionale. Il rispetto ed il timore sono sentimenti che accompagnano le trasferte di numerosissime squadre italiane e non, al cospetto di questa corazzata del football diventanta senza minimo dubbio la signora d’Italia.
Con la vittoria n° 13, continua a rimanere imbattuta, un ruolino di marcia da far rabbrividire.
Nello stesso periodo dello scorso anno, alla vigilia di Natale aveva gli stessi punti di distacco sulla seconda in classifica, per coincidenza la stessa, la Roma.
Chi pensa di andare a S.Siro e poter strappare almeno un punto? Chiedetelo al Parma, la prossima equipe che le farà visita.
Una macchina i cui meccanismi sono ben oliati può solo vincere, la speranza per le inseguitrici è quella di poter assistere ad un malfunzionamento inaspettato, a qualcosa che si è rotto dall’interno, a cominciare dagli spogliatoio, attualmente gradito esempio di benefica armonia.
Altri cento di questi giorni nerazzurri…

Fonte: immagine tratta da ImageShack.com

 

The world is “rossonero”

by director at 17 Dec 2007 in Football

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Kakà Goal

TABELLINO

Milan 4: Inzaghi 21′, 75′, Nesta 50′, Kakà 61′
Boca jr. 2: Palacio 23′, aut Ambrosini 85

Yokohama dopo la finale dei mondiali del 2002 riapre i battenti di un’altra competizione, meno pretigiosa, ma sempre ricca d’interesse. La Coppa Intercontinentale, infatti, ha fatto molto parlare di se in passato, anche se con esiti negativi visto che il doppio turno andata e ritorno costringeva i club europei a pericolose trasferte in sudamerica.
La formula è stata seppellita, ora si gioca su terreno neutro nell’economicamente florido Giappone
Vigilia pesante poteva rivelarsi per gli uomini di Ancelotti con lo spettro dell’amara sconfitta subita nel 2003 ed il pressante desiderio di vendicarsi di questa umiliazione sportiva. Comunque, a questo i giocatori preferiscono non pensare. L’obiettivo è portare a casa il trofeo, il quarto in caso di esito positivo, un record che mai nessun club della storia del calcio è riuscito ad ottenere.
La tensione è palpabile, la voglia di non fallire l’appuntamento è visibile nel cuore e nella testa dei rossoneri. Le fasi iniziali mostrano decisione da ambo i lati, poca paura e più concentrazione nel tentativo di superarsi.
Le occasioni più pericolose giungono dai piedi di Inzaghi, imbeccato opportunamente in profondità da Seedorf, Bonera e Pirlo. Va anche alla conclusione Kakà, entusiasticamente in forma, con il piglio giusto e il sentore che possa trascinare Tutto il gruppo. Detto, fatto. Una sua incursione sulla zona limitrofa dell’area di rigore, passaggio al centro per Inzaghi che gonfia la rete. Un vantaggio che sembra portare il match su binari più consoni per i milanesi, un trampolino di lancio verso un successo che si preannuncia piuttosto agevole. Invece, mai dire gatto se non lo hai nel sacco (dal vangelo del buon Guanin Trapattoni), perchè passano appena due minuti ed una disattezione su corner corto battuto in fretta dai geneisi permette a Palacio di siglare il pareggio di testa, indisturbato.
La partita non vuole scoprire le sue carte, coraggiosamente si rituffano in avanti seedorf e Kakà, mentre Inzaghi rimane di consueto in agguato.
Alcuni sbandamenti pericolosi di Maldini e co. rischiano di deviare il corso di un match che era iniziato sotto tutti i migliori auspici. Palacio, galvanizzato dal gol segnato comincia a sfoggiare numeri di ottima classe, scodellando palloni per i compagni e mettendo in difficoltà le già mirabolanti uscite di Dida.
La ripresa inizia sotto una buona stella, quella che indirizza il pallone proveniente dall’angolo del campo sui piedi di Nesta, abile a scaraventare un potente destro all’incrocio dei pali; nulla da fare per Caranta.
Ora i rossoneri sono decisissimi e vogliono chiudere la partita, consci dell’opportunità sprecata nel primo tempo.
Dopo un clamoroso e sfortunatissimo palo colpito da Ibarra, Kakà scende impetuosamente sulla sinistra, si accentra un poco non appena giunge nell’area piccola di rigore e fredda l’incolpevole Paletta.
3 a 1 ed i giochi son fatti, poi basta aspettare altri nove minuti per giungere all’apoteosi, avviata da Seedorf, rifinita da kakà e conclusa da SuperPippo. Con questa marcatura i suoi gol internazionali raggiungono quota 36, uno meno di Shevchenko.
Una fase depressiva lascia campo all’orgoglio del Boca che accorcia le distanze con l’autorete di Ambrosini intervenuto per bloccare il tapin di Ledesma dopo una parata di Dida.
La festa può cominciare, gli interpreti passeggiano sul campo, non attendono che il fischio finale del signor Rodriguez Moreno.
Il grido campioni del mondo si eleva dalla bocca dei milanisti d’talia e del mondo, ora si può dare sfogo a tutta la tensione accumulata, vedere terminare un ciclo di vittorie che ha portato in auge il Milan, onorandola dei trofei più ambiti e della riconoscenza planetaria.
La squadra che ha con sè il Pallone d’oro e Fifa World Player, davvero può essere considerata la più forte del mondo oppure basta un torneo con formazioni provenienti da angoli remoti della terra, poco abituate a giocare ad alto livello, per decretarlo?
Questo fu il medesimo problema che portò alla nascita della massima compotezione per club europei, nel 1954, quando la collettività era turbata dall’incapacità di decidere chi fosse la squadra più forte tra gli spagnoli del Real Madrid, il Milan, L’Honved di Bupadest e gli inglesi dell’Arsenal.
Chi conquista un trofeo è davvero la migliore, o possiede solamente il titolo di campione del mondo?
Rinfreschiamoci la memoria di eventi recenti, non dimentichiamoci che abbiamo battuto la Francia ai rigori dopo una partita giocata in perenne apnea.
Sì, questa partita è diversa, Il Milan ha meritato, ma andiamo a vedere il suo rendimento in campionato, scoprendo che il suo ruolino di marcia non fa certo sfaville.
Insomma, per essere il più forte ti basta vincere il torneo che declama codesto titolo, ma non importa sapere che molto tempo prima e tanto tempo poi non si è siffatto dimostrato tale forza in altro tipo di competizioni.
Lanciamo questa pietra e posiamo la nostra mano per chi non si trova d’accordo. Sappiate argomentare… TABELLINO
Milan 4: Inzaghi 21′, 75′, Nesta 50′, Kakà 61′
Boca jr. 2: Palacio 23′, aut Ambrosini 85′

Yokohama dopo la finale dei mondiali del 2002 riapre i battenti di un’altra competizione, meno pretigiosa, ma sempre ricca d’interesse. La Coppa Intercontinentale, infatti, ha fatto molto parlare di se in passato, anche se con esiti negativi visto che il doppio turno andata e ritorno costringeva i club europei a pericolose trasferte in sudamerica.
La formula è stata seppellita, ora si gioca su terreno neutro nell’economicamente florido Giappone
Vigilia pesante poteva rivelarsi per gli uomini di Ancelotti con lo spettro dell’amara sconfitta subita nel 2003 ed il pressante desiderio di vendicarsi di questa umiliazione sportiva. Comunque, a questo i giocatori preferiscono non pensare. L’obiettivo è portare a casa il trofeo, il quarto in caso di esito positivo, un record che mai nessun club della storia del calcio è riuscito ad ottenere.
La tensione è palpabile, la voglia di non fallire l’appuntamento è visibile nel cuore e nella testa dei rossoneri. Le fasi iniziali mostrano decisione da ambo i lati, poca paura e più concentrazione nel tentativo di superarsi.
Le occasioni più pericolose giungono dai piedi di Inzaghi, imbeccato opportunamente in profondità da Seedorf, Bonera e Pirlo. Va anche alla conclusione Kakà, entusiasticamente in forma, con il piglio giusto e il sentore che possa trascinare Tutto il gruppo. Detto, fatto. Una sua incursione sulla zona limitrofa dell’area di rigore, passaggio al centro per Inzaghi che gonfia la rete. Un vantaggio che sembra portare il match su binari più consoni per i milanesi, un trampolino di lancio verso un successo che si preannuncia piuttosto agevole. Invece, mai dire gatto se non lo hai nel sacco (dal vangelo del buon Guanin Trapattoni), perchè passano appena due minuti ed una disattezione su corner corto battuto in fretta dai geneisi permette a Palacio di siglare il pareggio di testa, indisturbato.
La partita non vuole scoprire le sue carte, coraggiosamente si rituffano in avanti seedorf e Kakà, mentre Inzaghi rimane di consueto in agguato.
Alcuni sbandamenti pericolosi di Maldini e co. rischiano di deviare il corso di un match che era iniziato sotto tutti i migliori auspici. Palacio, galvanizzato dal gol segnato comincia a sfoggiare numeri di ottima classe, scodellando palloni per i compagni e mettendo in difficoltà le già mirabolanti uscite di Dida.
La ripresa inizia sotto una buona stella, quella che indirizza il pallone proveniente dall’angolo del campo sui piedi di Nesta, abile a scaraventare un potente destro all’incrocio dei pali; nulla da fare per Caranta.
Ora i rossoneri sono decisissimi e vogliono chiudere la partita, consci dell’opportunità sprecata nel primo tempo.
Dopo un clamoroso e sfortunatissimo palo colpito da Ibarra, Kakà scende impetuosamente sulla sinistra, si accentra un poco non appena giunge nell’area piccola di rigore e fredda l’incolpevole Paletta.
3 a 1 ed i giochi son fatti, poi basta aspettare altri nove minuti per giungere all’apoteosi, avviata da Seedorf, rifinita da kakà e conclusa da SuperPippo. Con questa marcatura i suoi gol internazionali raggiungono quota 36, uno meno di Shevchenko.
Una fase depressiva lascia campo all’orgoglio del Boca che accorcia le distanze con l’autorete di Ambrosini intervenuto per bloccare il tapin di Ledesma dopo una parata di Dida.
La festa può cominciare, gli interpreti passeggiano sul campo, non attendono che il fischio finale del signor Rodriguez Moreno.
Il grido campioni del mondo si eleva dalla bocca dei milanisti d’talia e del mondo, ora si può dare sfogo a tutta la tensione accumulata, vedere terminare un ciclo di vittorie che ha portato in auge il Milan, onorandola dei trofei più ambiti e della riconoscenza planetaria.
La squadra che ha con sè il Pallone d’oro e Fifa World Player, davvero può essere considerata la più forte del mondo oppure basta un torneo con formazioni provenienti da angoli remoti della terra, poco abituate a giocare ad alto livello, per decretarlo?
Questo fu il medesimo problema che portò alla nascita della massima competizione per club europei, nel 1954, quando la collettività era turbata dall’incapacità di decidere chi fosse la squadra più forte tra gli spagnoli del Real Madrid, il Milan, L’Honved di Bupadest e gli inglesi dell’Arsenal.
Chi conquista un trofeo è davvero la migliore, o possiede solamente il titolo di campione del mondo?
Rinfreschiamoci la memoria di eventi recenti, non dimentichiamoci che abbiamo battuto la Francia ai rigori dopo una partita giocata in perenne apnea.
Sì, questa partita è diversa, Il Milan ha meritato, ma andiamo a vedere il suo rendimento in campionato, scoprendo che il suo ruolino di marcia non fa certo sfaville.
Insomma, per essere il più forte ti basta vincere il torneo che declama codesto titolo, ma non importa sapere che molto tempo prima e tanto tempo poi non si è siffatto dimostrato tale forza in altro tipo di competizioni.
Lanciamo questa pietra e posiamo la nostra mano per chi non si trova d’accordo. Sappiate argomentare…

Fonte: immagine tratta da Excite


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